Un cordiale saluto a tutti voi. Insieme al mio, porto il saluto del nostro Vescovo che mi onoro di rappresentare in questa edizione del Premio Basilicata per la Letteratura spirituale e la poesia religiosa. La vicenda personale della vincitrice del premio, Margaret Karram, trascorsa per buona parte in seno a un conflitto, attesta cosa significhi …

Un cordiale saluto a tutti voi. Insieme al mio, porto il saluto del nostro Vescovo che mi onoro di rappresentare in questa edizione del Premio Basilicata per la Letteratura spirituale e la poesia religiosa.

La vicenda personale della vincitrice del premio, Margaret Karram, trascorsa per buona parte in seno a un conflitto, attesta cosa significhi non fare della pace il tema di un convegno e neppure l’oggetto di un premio come questo. Si tratta piuttosto di una diversa grammatica del quotidiano nel mezzo della violenza.

La pace non nasce da persone pienamente risolte, ma da uomini e donne che hanno accettato e accettano la fatica feconda di diventare umani. Non di restare umani, ma di diventare umani.  Perché l’umano — lo dico spesso — non è una condizione da difendere, ma una realtà da generare. San Paolo direbbe: “l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera” (Ef 4,4). Un uomo ancora da rivestire, direbbe lui.

  1. Un diverso modo di scrivere la storia

Nei giorni scorsi, la CEI ha editato una Nota Pastorale (“Educare a una pace disarmata e disarmante”), che esorta a una nuova ermeneutica della storia:

“A scuola, in particolare, si consiglia lo studio della storia «in una prospettiva nuova»: non come «mera successione di guerre, ma esame critico di dinamiche e possibilità, attenta anche alla vita quotidiana di famiglie, lavoratori e bambini»”.

Questa prospettiva sposta il focus dalla geopolitica all’etica del quotidiano. La vicenda personale di Karram eleva questa “vita quotidiana” non anzitutto a un atto di resistenza ma a una nuova declinazione delle relazioni.

Come ricorda la Nota, la pace non è un’utopia spirituale: è una via umile, fatta di gesti quotidiani, che intreccia pazienza e coraggio, ascolto e azione.

E allora la storia non può essere letta e studiata solo attraverso le fratture, ma anche attraverso le cuciture. Non solo in base ai conflitti, ma ai gesti di cura che li hanno attraversati.

Non solo secondo le contese, ma secondo le riconciliazioni che hanno ostinatamente faticato per ricominciare.

La cura, la misericordia, il perdono sono eventi non riempiono i manuali, ma sono quelli che hanno salvato le generazioni.

Margaret appartiene a questo tessuto: non alla storia gridata, ma a quella che guarisce.

  1. Relazioni improntate a mitezza

Si tratta di uno stile di vita all’insegna della mitezza (mansuetudo). Se in tempo di pace la mitezza può sembrare una virtù che quasi va da sé, nel conflitto diventa una vera e propria postura. È il coraggio di rifiutare la logica della rappresaglia e del sospetto, operando un vero disarmo del cuore che precede ogni possibile dialogo e confronto: dal disarmo del cuore a quello delle parole a quello dei gesti.

A tal proposito, il filosofo Salvatore Natoli definisce la mitezza con un’essenzialità illuminante, collegandola alla libertà altrui:

“La mitezza è… lasciare che l’altro sia.”

Questa definizione in un contesto conflittuale è potentissima. Significa onorare la dignità e l’alterità dell’altro, anche dell’avversario o del diverso. È il rifiuto di annullare l’altro nel proprio stereotipo, una condizione necessaria per non farsi assimilare dalla grammatica della violenza che cerca sempre di controllare e ridurre l’altro.

  1. Quale amore?

La storia di Margaret è stata resa dinamica da un amore che si è fatto iniziativa, in contrasto con l’odio circostante. La spiritualità dell’unità di Chiara Lubich e del Movimento dei Focolari si dipana secondo un principio che è racchiuso in una triplice iniziativa:

“Amare per primo, amare sempre, amare fino in fondo”.

Si tratta di un vero programma di vita:

  • Amare per primo (fare il primo passo): Rompe l’inerzia della passività e l’attesa egoistica della reciprocità, riflettendo l’iniziativa di Dio.
  • Amare sempre: Introduce la dimensione della costanza e della fedeltà, essenziale per tessere la “vita quotidiana” di cui parla la CEI.
  • Amare fino in fondo (farsi uno): Richiede l’accettazione radicale dell’altro, spingendosi fino all’immedesimazione nella sua realtà.

    4. Quale bellezza?

Si cita spesso la frase di Dostoevskij rendendola al positivo: “La bellezza salverà il mondo”. Ma quando Fëdor Dostoevskij chiede, tramite il principe Myškin: “Quale bellezza salverà il mondo?”, la risposta, nel contesto della testimonianza della Karram, non è estetica, ma etica: è la bellezza della bontà vissuta e sofferente. È la bellezza dell’integrità mantenuta in un mondo reso brutto dalla violenza. La bellezza che salva non si misura con canoni artistici o esterni. È la bellezza della carità in azione. È la bellezza del Cristo Crocifisso il quale “non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi” (Is 53,2).

Una bellezza senza trionfi, senza narcisismo, senza armi.

Una bellezza fatta di mani che curano, di parole che costruiscono, di vite che accolgono.

Margaret ci mostra che è possibile. Che la pace è una scelta, non un favore della storia. Che l’amore non è sentimento ma responsabilità. Che la mitezza non è evasione ma profezia.

Tale bellezza è intrinsecamente legata al massimo rispetto per la libertà altrui. In questo senso, la mitezza raggiunge il suo culmine nella regola aurea di San Francesco (dalla sua Lettera a un Ministro):

“E non volere che per te gli altri diventino cristiani migliori”.

Le relazioni vanno vissute nel rifiuto di manipolare il prossimo o l’avversario. Se Natoli ci aveva insegnato a “lasciare che l’altro sia”; Francesco d’Assisi ci insegna a lasciare che l’altro trovi la sua strada. Credo radichi in questo snodo la vicenda personale di Margaret Karram.

  1. Conclusione

In un mondo che affretta i risultati e pesa le persone sulla bilancia dell’efficienza, la mitezza appare come un ingombro: troppo lenta, troppo fragile, troppo inutile.
Eppure, quanto bisogno abbiamo oggi di una “inutile bontà” (una bontà senza utile, non finalizzata a un risultato) che salvi gli uomini dalla rassegnazione.

Permettetemi di concludere con le parole di Sant’Agostino, che di fronte all’esempio dei martiri e dei semplici credenti che vivevano la fede con radicalità, si pose la domanda che ci poniamo noi oggi di fronte a Margaret Karram:

“Si isti et istae, cur non ego?”

(Se questi uomini e queste donne possono, perché non io?)

Se Margaret, perché non io?