SUSSIDIO PER LA PREGHIERA PERSONALE  O FAMILIARE IN QUESTO TEMPO DI PROVA

Sabato 21 marzo 2020 

(A cura di don Antonio Savone, Direttore Segreteria Pastorale Arcidiocesi di Potenza-Muro L.-Marsico N.)

Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?
Chi ci separerà dunque dall'amore di Cristo? 
Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?
In tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati (Rm 8.31.35.37).

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.
Pietà di noi, o Signore. Contro di te abbiamo peccato.
Mostraci, Signore, la tua misericordia e donaci la tua salvezza.
 Sal  22
Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla;
su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino,
per amore del suo nome.
Se dovessi camminare in una valle oscura,
non temerei alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.
Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici;
cospargi di olio il mio capo.
Il mio calice trabocca.
Felicità e grazia mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
e abiterò nella casa del Signore
per lunghissimi anni.

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Dal Vangelo secondo Luca Lc 18,9-14
In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

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Religione a contratto
Quasi un cortometraggio quello consegnatoci dalla pagina di Lc, un cortometraggio attraverso cui, con pochissimi flash che fissano un diverso modo di stare davanti a Dio, veniamo messi in guardia da una religione a contratto.
Se identico è il percorso geografico compiuto dai due uomini della parabola, quanto diverso quello interiore! Giunti che sono al tempio, il primo non pensa neppure di doversi mettere di fronte a Dio: infatti, non perde occasione per mettere Dio di fronte a se stesso e all’opera delle sue mani attraverso cui tutto viene passato al vaglio. Paradossale ma vero: si può mentire anche mentre si crede di pregare. Non sempre, infatti, e non automaticamente, atteggiamento devoto equivale a trovare grazia presso Dio.
Può accadere di concepire il proprio rapporto con Dio sulla base di un’ansia da prestazione secondo cui il proprio credito aumenta nella misura in cui si sono osservate certe pratiche, si sono adempiuti certi riti, ci si è attenuti a certe norme in modo intransigente. Una religione a contratto, dunque, in cui, strano a dirsi, è consentita l’autocertificazione, persino di fronte a Dio che, pure, dovrebbe essere il garante ultimo di ciò che è secondo il suo cuore e di ciò che non lo è. Dio diventa solo uno spettatore muto dinanzi al quale concedersi scatti di carriera, mentre la vita gira attorno a se stessi anche se apparentemente religiosa.
Il problema, però, non è circoscritto solo all’ambito del rapporto con Dio. Paradossalmente, il proprio rapporto con un dio costruito a propria immagine e somiglianza, diventa il pulpito da cui si osservano e si giudicano le altrui esistenze, soprattutto quelle di coloro che manifestano una evidente inadeguatezza e una distanza siderale rispetto allo schema di chi sente di poter vantarsi persino davanti a Dio.
Se questo può valere davanti al proprio dio manufatto, non regge davanti al Dio rivelato da Gesù il quale mal tollera la messinscena devota che tanto siamo abili a riprodurre. Dio distoglie lo sguardo di chi si fregia di etichette religiose mentre lo posa su chi, consapevole della propria fragilità, non assume atteggiamenti di supponenza ma umilmente si affida alla sua misericordia. “Il Signore non guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore”.
Che cosa c’è di distorto nel modo di essere e di fare del fariseo della parabola? Il suo bisogno di doversi distinguere, sempre e comunque, sentendosi un arrivato e perciò non bisognoso del perdono di Dio.
Un possibile riscatto per il fariseo di turno sta nell’abbandono di quella logica competitiva secondo cui per leggere se stessi è sempre necessario il paragone con un altro. La via di uscita, al dire di Gesù, sta nel guardarsi con sincerità. Il fariseo, incapace com’è di un serio esame di coscienza, finisce per compiere un esame di compiacenza.
Ciò che la parabola mette a fuoco non è tanto la preghiera quanto la verità e la consapevolezza della verità.
Ubriaco com’è di sé, il fariseo non conosce né la verità di Dio né la verità di se stesso. Talmente centrato su di sé, è lui l’orizzonte molto angusto di se stesso. Non così il pubblicano, il quale conosce la verità di se stesso, sa di essere a mani vuote bisognose di essere colmate dalla misericordia di Dio. A differenza del fariseo, egli sa che Dio è pura gratuità, amore gratuito.
Tutto sembrerebbe concludersi nel confronto tra due diversi modi di stare nella vita e davanti a Dio. Ma in realtà non è questo ciò che interessa al Signore Gesù. Accanto ai due personaggi, infatti, ve n’è un terzo che non entra direttamente in scena ma che nondimeno è chiamato in causa: Dio. Le parole finali di Gesù attestano come la pensa Dio: proprio questo pubblicano tanto disprezzato dal fariseo, proprio lui è risultato ben accetto davanti a Dio.  Il punto in questione è proprio questo: il Dio rivelatoci da Gesù è un Dio il cui amore è senza condizioni, ha perdonato al pubblicano senza chiedergli nulla in anticipo. Gesù non elogia certo la sua vita di pubblicano come del resto non disprezza le opere del fariseo. Ciò che mette in luce è piuttosto l’atteggiamento: il non presumere di sé e l’affidarsi a Dio.
L’immagine di Dio che il fariseo porta con sé è costretta in una logica retributiva, un Dio incapace di gratuità e discriminante; quella del pubblicano, invece, è l’immagine di un Dio che fa grazia e manifesta la sua compassione soltanto perché è buono.
Noi amiamo perché Dio ci ha amati per primo (1Gv 4,19). Non è possibile essere credenti se non a partire da questa consapevolezza: sono stato amato quando ero ancora peccatore. Bando perciò a ogni forma di arroganza e alla pretesa di trovare giustificazione nelle opere delle proprie mani.
(don Antonio Savone)

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Preghiera nel tempo della prova
Signore, Padre Santo,
tu che nulla disprezzi di quanto hai creato
e desideri che ogni uomo abbia la pienezza della vita,
guarda alla nostra fragilità che ci inclina a cedere.
Fa’ che il nostro cuore regga in quest’ora di prova.
Perdona la nostra incapacità a far memoria di quanto hai operato per noi.
Allontana da noi ogni male.
Se tu sei con noi chi potrà essere contro di noi?
In ogni contrarietà noi siamo più che vincitori in virtù di colui che ci ha amati.
Facci comprendere che la bellezza che salva il mondo è l’amore che condivide il dolore.
Benedici gli sforzi di quanti si adoperano per la nostra incolumità:
illumina i ricercatori,
dà forza a quanti si prendono cura dei malati,
concedi a tutti la gioia e la responsabilità di sentirsi gli uni custodi degli altri.
Dona la tua pace a chi hai chiamato a te,
allevia la pena di chi piange per la morte dei propri cari.
Fa’ che anche noi, come il tuo Figlio Gesù,
possiamo passare in mezzo ai fratelli sanando le ferite e promuovendo il bene.
Intercedano per noi Maria nostra Madre
e tutti i Santi i quali non hanno mai smarrito la certezza
che tutto concorre al bene per coloro che amano Dio.
Amen.