Non sembrava manco vero. Nel cuore dei tre, di Pietro in particolare, risuonava ancora l’eco di quelle parole che erano parse come una doccia fredda e che cioè “il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, venire ucciso, risuscitare il terzo giorno”. Quale plausibilità di riuscita poteva avere uno così? Quale credito dare ad uno che mentre accetta di essere riconosciuto come il Cristo, prospetta momenti di fatica e di tenebre? Che salvezza può venire da un fallimento e da una sconfitta? È ancora affidabile Dio nei giorni in cui tutto sembra attestare il contrario?
Per questo, sei giorni dopo, Gesù permise loro di toccare con mano che le cose stavano diversamente: c’è una luce che avvolge ogni cosa e a questa luce si accede non bypassando l’umano e, dell’umano, il contraddittorio; ciò che tu riconosci come insensato è, invece, attraversato da una bellezza che è tutta da disseppellire; ciò che ti appare sterile può ancora dischiudere fecondità e futuro; vale la pena continuare a rimanere fedeli a un impegno preso anche se questo logora non poco sentimenti e pensieri.
Più avanti sarà lo stesso Pietro a ricordare: “non per essere andati dietro a favole artificiosamente inventate vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza” (2Pt 1,16). Sapeva bene, Pietro, quanto gli bruciasse addosso l’essere stato definito satana dal Maestro proprio per aver voluto scansare ciò che gli sembrava irragionevole perché contrario ad ogni sua aspettativa.
“È  bello per noi essere qui…”.
C’è un fascino nella e della bellezza che porta persino a dimenticare se stessi. Quando a lambire la tua storia è qualcosa che ti rapisce il cuore senza forzarlo, accade di non pensare più a se stessi. Non è un caso, infatti, che Pietro, sul monte abbia attenzione solo per Gesù e per quei due ospiti di eccezione che erano Mosè ed Elia. Tanto il cuore gli vibrava nel petto da accontentarsi di restare senza tenda. Entusiasta, Pietro, magnanimo pure si direbbe. E, tuttavia, proprio quella che sembrerebbe essere un’attenzione tradisce un grande interesse personale. Pietro ha intuito l’affare: “Gesù, se tu resti così, ci metto la firma e da qui manco con la forza mi schiodo”.
Come gli si può dar torto? Chi non vorrebbe far suo un momento simile? Cosa non pagheremmo pur di accedere a una conoscenza che non ha eguali? Non ci seduce uno sguardo? Non ci cattura un profumo, un gesto inatteso? Non accade così nelle nostre relazioni quando le farfalle allo stomaco finiscono per farci pronunciare parole che a rileggerle, sembreranno folli e per farci fare cose che, in un altro contesto, riterremmo insensate?
Accadrà un’altra volta ad altri due, la sera di Pasqua, quando affiancati da uno strano viandante si ritroveranno non solo ad essere introdotti in un diverso modo di leggere le cose ma addirittura a sentirsi ardere dentro tanto da dirgli: “Oh, vorrai mica andartene proprio ora che t’abbiamo incrociato?!”.
Fatti come siamo per l’incanto, non è chi non subisce la tentazione di rendere eterno ciò che è temporaneo e stabile ciò che è passeggero. Il “per pochi intimi” è fascino che seduce tante nostre giornate. La vita, però, non è sul monte ma a valle: non ci sono tende da rendere immobili. C’è solo da fidarsi di una parola che ti dischiude la meta nella misura in cui accetti di metterti in cammino. Ne sapeva qualcosa Abramo il quale aveva intuito che lo spazio perché Dio possa intervenire è quello in cui si sono esaurite tutte le risorse umane. Proprio quando non c’è più nulla da aspettarsi, se ti fidi, proprio allora Dio può iniziare a operare.
Dio resta sempre affidabile, anche quando la realtà sembra remarti contro. Per questo non bisogna mai evadere dal qui e ora riandando con nostalgia ai bei tempi che furono. Se ti fidi, il bello deve ancora venire.
Non a caso, il mestiere che Dio fa è quello di ripetere: “Alzatevi e non temete!”. A fronte di ciò che finirebbe per farti vivere ripiegato, Dio non cessa di rimetterti in piedi: la terra promessa è avanti, non dietro. Ti fidi?