Era un sistema sicuro quello escogitato nel tempio di Gerusalemme: un vero e proprio emporio in cui Dio veniva offerto al miglior offerente. Sebbene gli antichi profeti avessero più volte contestato un tale mercato, di fatto il profitto aveva preso il posto della relazione filiale con Dio e lo scambio aveva sostituito la familiarità del …

Era un sistema sicuro quello escogitato nel tempio di Gerusalemme: un vero e proprio emporio in cui Dio veniva offerto al miglior offerente. Sebbene gli antichi profeti avessero più volte contestato un tale mercato, di fatto il profitto aveva preso il posto della relazione filiale con Dio e lo scambio aveva sostituito la familiarità del rapporto. Fatta l’offerta, pagata una prestazione, l’affare era chiuso fino al prossimo pellegrinaggio compiuto dal pio israelita tre volte l’anno. Quando le cose di Dio diventano appannaggio esclusivo di chi, invece, ha distolto Dio dal suo orizzonte e ha finito per far diventare un assoluto ciò che è solo uno strumento, un segno!

Il Figlio Gesù, però, non ci sta. Non perde il controllo come potrebbe accadere a chiunque di noi, la sua non è una reazione scomposta o incontrollata. È piuttosto il segno di quella gelosia divina che non può condividere che anche la relazione con Dio sia ridotta a un affare. Dio non è mai merce in vendita: egli è e resta sempre dono da accogliere con umiltà e riconoscenza, è Padre che cerca figli che gli assomiglino e in cui riconoscersi per la verità dei gesti non già per l’utile che ne possono ottenere.

In realtà – ci ricorda l’apostolo Paolo – siamo noi il tempio di Dio in cui entra quest’oggi il Figlio di Dio e chiede che la carne della mia vita, ossia la concretezza della mia storia, esprima l’appartenenza a lui: Dio non vuol essere un semplice corollario delle mie giornate, ma l’anima del mio modo di pensare, la ragione dei miei gesti.

Se questo accade, non patirò più quella terribile dicotomia tra fede e vita, tra liturgia e quotidiano che tanto segna la vita di non pochi credenti. Se questo accade, io divento il luogo in cui qualcuno può avere accesso all’incontro stesso con Dio: è ben questo il senso del nostro ascolto della sua Parola come del nostro nutrirci del suo corpo. Noi tutti, prolungamento della sua presenza tra gli uomini. Non dirà, forse, “chi accoglie voi, accoglie me”?

Gesù entra continuamente nel tempio della mia vita, il più delle volte attraverso la sua Parola, altre volte mediante eventi che rappresentano un vero e proprio rovesciamento dei tavoli così da mettere in discussione ragioni e abitudini (una lettura, un incontro, una delusione, il fascino di una persona, un imprevisto).

Sa bene quanto l’ansia da prestazione, il bisogno di riconoscimento, la ricerca di un tornaconto siano i nuovi idoli dinanzi ai quali continuiamo a bruciare incenso tanto nel rapporto con Dio quanto persino nelle relazioni affettive.

Nel cuore di ognuno di noi, infatti, insieme ai mercanti siedono anche i cambiavalute, vale a dire quel sistema che camuffa e scambia (ecco la valuta cambiata) l’attenzione all’altro con il bisogno di primeggiare, il servizio al povero con l’obiettivo della carriera, il sacrificio con il bisogno di autoaffermarsi.

Per fortuna, però, la vita si incarica non poche volte di “distruggere” tutto ciò che abbiamo fatto diventare un assoluto (le nostre sicurezze, le nostre stesse immagini distorte di Dio) per aprirci a una relazione con Dio che nasca dal dono che il Figlio suo fa di sé a noi. Cosa resta del mio rapporto con Dio – ma anche cosa resta delle mie relazioni affettive, ad esempio – quando la vita mette a soqquadro il mio tempio ossia ciò che ho fatto diventare un assoluto, sia esso il lavoro, il mio modo di vedere le cose, le “mie” istituzioni?

Dio cerca un tempio di “pietre vive” (1Pt 2,5), un tempio fatto di volti, di nomi, di storie e questo tempio è sempre da costruire mediante l’incontro, l’ascolto, la condivisione. Dio è vivo non quando è rinchiuso in un tempio ma quando il fermento del vangelo fa vivere le nostre relazioni. “Sono stato con te dovunque sei andato” (2Sam 7,9) ripeterà al Davide di turno che avrebbe voluto circoscriverlo in un tempio.

La gelosia divina manifestata quel giorno nel Tempio è la fermezza di cui abbiamo bisogno tutti noi per riconoscere tutto ciò che rischia di ridurre la vita a merce di scambio.

Qual è quel tavolo del mercato del mio tempio (una paura, un’abitudine) o quell’offerta sacrificale a cui continuo ad aggrapparmi e che Gesù vorrebbe rovesciare o cacciar fuori dalla mia vita per fare esperienza, invece, della gratuità del suo dono?

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Dal Vangelo secondo Giovanni (2,13-22)
Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme.
Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. 
Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!».
I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere».  
Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.