Che cosa stiamo celebrando? Non siamo qui soltanto solo per una tradizione, né soltanto per custodire una memoria cara a questa comunità. Una festa patronale è certamente memoria, ma è anche consegna. I santi non sono solo degli uomini illustri del tempo che fu: Bernardino, infatti, torna a parlarci, torna a indicarci una strada, torna …
Che cosa stiamo celebrando? Non siamo qui soltanto solo per una tradizione, né soltanto per custodire una memoria cara a questa comunità. Una festa patronale è certamente memoria, ma è anche consegna. I santi non sono solo degli uomini illustri del tempo che fu: Bernardino, infatti, torna a parlarci, torna a indicarci una strada, torna a ricordarci ciò che è essenziale. Per questo, come tutti i santi, non trattiene lo sguardo su di sé, non chiede di essere ammirato, ma ascoltato: la sua grandezza sta proprio nell’essere rimando ad un Altro. E per san Bernardino il centro di tutto aveva un Nome: Gesù.
Bernardino fu predicatore instancabile, l’uomo della Parola di Dio. Attraversò città e paesi, parlò nelle piazze, raggiunse folle numerose, richiamò alla conversione, cercò di pacificare comunità ferite da rivalità, rancori, divisioni. La sua era una parola che voleva raggiungere la vita, guarire i rapporti, ricondurre tutti al cuore del Vangelo e il cuore del Vangelo, per lui, era racchiuso nel Nome di Gesù.
Non una formula da ripetere meccanicamente. Il Nome di Gesù era, per Bernardino, la sintesi della fede: il luogo in cui l’uomo ritrova Dio e ritrova se stesso.
“Gesù” significa: Dio salva, Dio è il compimento riuscito dell’uomo, di ogni uomo
San Bernardino ci riconsegna il Nome di Gesù perché sa che in quel Nome non c’è soltanto la verità di Dio, ma anche la verità dell’uomo. Cristo, infatti, non rivela soltanto Dio all’uomo: rivela l’uomo a se stesso (GS 22). Se voglio capire chi è Dio, guardo a Gesù; ma se voglio capire chi è l’uomo, devo ancora guardare a Gesù. Mai parola più profetica di quella di Pilato quando esclamò: “Ecce homo”.
In lui vediamo l’uomo compiuto: l’uomo che vive da figlio, che si riconosce fratello, che non trattiene la vita ma la dona, che non si realizza dominando ma servendo. Per questo la santità non consiste semplicemente nel “restare umani”, quasi che l’umano fosse già un possesso acquisito una volta per tutte. La santità è piuttosto diventare umani secondo Cristo. L’uomo nuovo è sempre ancora da generare.
Il Nome di Gesù non è una parola da custodire fuori dalla vita, ma una presenza che chiede di prendere forma dentro la vita. Ogni volta che quel Nome entra davvero nelle nostre parole, nei nostri giudizi, nei nostri affetti, nelle nostre responsabilità, qualcosa della nostra umanità viene generato di nuovo: diventiamo più figli, più fratelli, più liberi, più capaci di dono.
Per questo la santità non è fuga dall’umano, ma compimento dell’umano. Non altrove, dunque, ma altrimenti: non in un’altra vita rispetto alla nostra, ma in questa stessa vita trasformata dal Nome di Gesù.
Comprendiamo così come non basti onorare san Bernardino se poi non accogliamo ciò che egli ci indica, non basta pronunciarlo con le labbra se poi non diventa criterio delle scelte, misura dei gesti, forma delle relazioni.
Il rischio esiste sempre: custodire i segni e perdere il cuore, conservare le feste e smarrire il Vangelo, difendere le tradizioni e dimenticare la conversione, portare il Nome di Gesù sulle labbra e vivere come se quel Nome non avesse nulla da dire al nostro modo di stare al mondo.
San Bernardino, invece, ci riconduce al centro e ci dice: tornate a Gesù, tornate al suo Nome, tornate a ciò che salva davvero.
Ma che cosa significa tornare al Nome di Gesù?
Spesso immaginiamo la santità come qualcosa che accade altrove: in un altro tempo, in un altro luogo, in condizioni diverse, in una vita più libera da pesi e contraddizioni. Come se per diventare santi bisognasse uscire dalla storia concreta che ci è stata data.
Il Vangelo, invece, ci dice altro. La santità è la vita ordinaria abitata in modo evangelico, è il quotidiano vissuto con il cuore di Cristo, attraversato non con spirito di fuga, ma con lo stile del Figlio. La vita così com’è è il luogo in cui Dio sceglie di abitare.
San Bernardino lo ha vissuto e predicato perché il Nome di Gesù, se accolto davvero, cambia il modo di guardare tutto.
Cambia il modo di guardare Dio: non più un Dio lontano, estraneo, minaccioso, ma il Dio che in Gesù si è fatto vicino.
Cambia il modo di guardare se stessi: non più vite inutili, fallite, condannate dai propri limiti, ma vite cercate, amate, riscattate.
Cambia il modo di guardare gli altri: non più concorrenti, nemici, estranei, persone da giudicare o da tenere a distanza, ma fratelli e sorelle per i quali Cristo ha dato la vita.
E cambia il modo di abitare una comunità.
Non si può invocare davvero il Nome di Gesù e poi coltivare rancore. Non si può venerare il Nome di Gesù e poi ferire con leggerezza.
Ecco la santità.
Non una perfezione astratta o un ideale irraggiungibile riservato a pochi. La santità è una parola detta altrimenti, un giudizio formulato altrimenti, una relazione vissuta altrimenti, una ferita attraversata altrimenti, una responsabilità assunta altrimenti.
Questa è una festa patronale riuscita: non solo quando tutto è bello, ordinato, partecipato, ma quando qualcuno torna a casa con il desiderio di vivere un po’ più evangelicamente.
Forse è proprio questa la grazia da chiedere oggi: che la festa di san Bernardino non susciti in noi soltanto ammirazione, ma desiderio. I santi non sono messi davanti a noi per farci sentire distanti, ma per risvegliare in noi una possibilità.
Ci accada di ripetere con sant’Agostino: Si isti et istae, cur non ego? Se questi e queste hanno potuto, perché non io? Se Bernardino ha lasciato che il Nome di Gesù diventasse il centro della sua vita, perché non posso anch’io lasciare che quel Nome entri nelle mie parole, nelle mie relazioni, nelle mie scelte, nei miei pensieri e nei miei gesti?
Così speriamo e così sia.








