Ogni volta che una comunità celebra il suo patrono, non si limita a custodire una pagina del passato, né semplicemente a rinnovare una devozione ricevuta. In qualche modo, accetta di lasciarsi guardare da quel santo. E lo sguardo di un santo è uno sguardo che ricorda a una comunità ciò che Dio ha ancora il …

Ogni volta che una comunità celebra il suo patrono, non si limita a custodire una pagina del passato, né semplicemente a rinnovare una devozione ricevuta. In qualche modo, accetta di lasciarsi guardare da quel santo. E lo sguardo di un santo è uno sguardo che ricorda a una comunità ciò che Dio ha ancora il desiderio di compiere in mezzo ad essa.

San Nicola è entrato così profondamente nel cuore della Chiesa perché in lui il popolo cristiano ha riconosciuto una forma concreta della premura di Dio. La sua figura è legata alla cura dei poveri, alla difesa degli innocenti, al soccorso di chi è in pericolo, alla discrezione con cui il bene viene fatto senza umiliare chi lo riceve.

Le letture che ascoltiamo in questa festa ci aiutano a comprendere questa premura attraverso tre immagini: la strada, il pane, il non ostentare.

La strada

La prima lettura comincia con un comando rivolto a Filippo: “Alzati e va’”. Lo Spirito lo manda una strada deserta.

È singolare il modo di agire di Dio: per raggiungere un uomo, ne mette in movimento un altro, per aprire una vita alla gioia del Vangelo, manda qualcuno su una strada che agli occhi umani sembrerebbe poco promettente: quale garanzia di risultati lungo una strada deserta? Ma su quella strada c’è un uomo in ricerca e tanto basta.

L’uomo che Filippo incontra porta addosso molte definizioni: è etiope, è eunuco, è funzionario della regina, è pellegrino, è lettore della Scrittura. Ognuna di queste parole potrebbe bastare a collocarlo, a descriverlo, forse anche a tenerlo a distanza. È straniero, diverso, segnato da una condizione che poteva apparire problematica. Eppure il racconto non si ferma a ciò che lo definisce dall’esterno. Ci fa ascoltare la sua domanda: “Come potrei capire, se nessuno mi guida?”.

Dio non si ferma mai alle etichette con cui noi spesso archiviamo le persone: dove noi vediamo una categoria, Dio riconosce una sete, dove noi vediamo una storia complicata, Dio scorge una domanda. Dove noi vediamo lontananza, Dio vede un cammino già iniziato.

Filippo è inviato dentro questa sete, non è lui a suscitare la ricerca dell’eunuco, ma la incontra, non porta Dio dove Dio non c’era, scopre che lo Spirito era già all’opera in quell’uomo, nella sua lettura e persino nella sua incomprensione. Filippo deve soltanto accostarsi, ascoltare, sedersi accanto e da quella Scrittura annunciare Gesù.

San Nicola ci appare vicino a questo stile. La tradizione lo ricorda accanto a vite che rischiavano di essere chiuse dentro un destino avverso: le fanciulle povere, gli innocenti condannati, i naviganti in pericolo, una città provata dalla fame. Ma Nicola non si limita a vedere una povertà, un’ingiustizia, un pericolo, in quelle vite riconosce qualcosa che Dio non vuole perdere.

È questo il primo dono del patrono alla sua città: uno sguardo che impedisce alla vita di essere ridotta alle sue mancanze. San Nicola ci ricorda che nessuno coincide con la propria ferita, con la propria distanza, con il proprio fallimento, con il giudizio che altri hanno pronunciato su di lui. Sotto molte vite che noi diremmo spente o lontane, Dio continua a custodire una sete.

 Il pane

Nel Vangelo Gesù dice: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo”. La risposta di Dio alla fame dell’uomo non è anzitutto una cosa, ma una presenza.

Il pane è umile, non si impone, non attira l’attenzione. È quotidiano, è fragile, eppure è necessario. Sta sulla tavola perché qualcuno possa vivere. Gesù sceglie questa immagine per dire il mistero della sua vita consegnata.

E proprio questa umiltà diventa motivo di scandalo. I Giudei mormorano perché pensano di conoscere Gesù: “Non è costui il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre?”. La familiarità diventa ostacolo: sanno molte cose di lui, ma non si lasciano attirare dal mistero che egli porta.

È il rischio della nostra fede: si può essere vicini alle cose di Dio e non lasciarsene più sorprendere, si può conoscere il linguaggio religioso, i riti, le feste, le tradizioni, e tuttavia non accorgersi che Dio continua a venire nella povertà dei segni. Gesù non sceglie la via dell’evidenza spettacolare, ma quella del pane. Non toglie magicamente la fame, ma si dona come nutrimento perché l’uomo non venga meno.

Anche san Nicola si comprende a partire da questo Pane. La sua carità non è una generosità generica, né un semplice impulso di bontà. È una carità nutrita: prima di diventare dono per altri, Nicola è uomo che riceve, prima di sostenere, è sostenuto, prima di soccorrere, è raggiunto dalla misericordia di Cristo.

Per questo la festa patronale non ci porta semplicemente verso san Nicola, ma attraverso san Nicola ci riconduce all’Eucaristia. La sua vita mostra che chi si lascia nutrire da Cristo impara lentamente a guardare la fame degli altri non come un fastidio, ma come un luogo in cui il Signore lo attende.

E le fami non sono tutte visibili. C’è una fame di pane, ma anche una fame di ascolto, di riconciliazione, di dignità, di futuro, di senso. C’è la fame di chi non osa più chiedere, la fame di chi ha paura di essere definito dal proprio errore, la fame di chi legge ma non comprende, cammina ma non sa verso dove.

Il Pane vivo viene per questa fame. Viene a sottrarci alla mormorazione, che è una forma malata di fame: fame di giudicare, di classificare, di trattenere l’altro dentro una parola che lo rimpicciolisce. Gesù dice: “Non mormorate tra voi”, non per imporre un silenzio esteriore, ma per guarire il cuore da quella sfiducia che impedisce di riconoscere l’opera di Dio.

 Il non ostentare

C’è infine un tratto di san Nicola che la tradizione ha custodito con particolare tenerezza: il bene fatto nel segreto. L’episodio delle tre fanciulle povere racconta di un dono lasciato di notte, senza esibizione, senza pubblicità, senza far pesare l’aiuto ricevuto.

Questo segreto non è un dettaglio marginale, dice qualcosa del modo di Dio. Dio non salva umiliando, non espone la miseria di chi ama. La sua grazia rialza, ma custodendo la dignità di chi era caduto o rischiava di cadere.

San Nicola sembra aver imparato proprio questa delicatezza: non gli basta fare il bene, gli importa che il bene non ferisca, non gli basta risolvere un bisogno, vuole che la persona aiutata possa ancora stare in piedi. Il suo nascondimento non è fuga, ma rispetto.

C’è una grande libertà in questo modo di servire. Il bene evangelico non cerca anzitutto di essere ricordato, desidera che l’altro possa riprendere il cammino con gioia.

Forse anche questo è un dono prezioso che san Nicola fa alla sua città: ricordarci che esiste una santità discreta, quotidiana, nascosta, fatta di gesti che non diventano racconto pubblico ma custodiscono davvero la vita. Il bene più necessario spesso non fa rumore: una visita, un perdono, un aiuto dato con pudore, una parola trattenuta per non ferire, una presenza accanto a chi non sa più come andare avanti.

Carissimi,

san Nicola viene a mostrarci ciò che Dio continua a fare: cercare l’uomo sulle sue strade, nutrirlo con il Pane vivo, custodirlo con una misericordia discreta.

La strada ci dice che nessuno è così lontano da non poter essere raggiunto.

Il pane ci dice che Cristo non si limita a indicare la vita, ma si dona perché possiamo viverla.

Il segreto ci dice che il bene di Dio rialza senza umiliare, accompagna senza possedere, salva senza fare rumore.

La domanda dell’eunuco – “Che cosa impedisce?” – rimane come una domanda aperta sulla nostra festa. Che cosa può impedire alla grazia di raggiungere una vita, se Dio stesso si mette in cammino? Che cosa può impedire a Cristo di nutrire una fame, se egli si è fatto Pane? Che cosa può impedire alla gioia di rinascere, se la misericordia sa raggiungerci anche nelle notti più nascoste?

Chiediamo a san Nicola di intercedere per Lauria, perché questa comunità possa riconoscere ancora la sete che Dio custodisce sotto le etichette degli uomini, tornare sempre al Pane vivo, e imparare quella delicatezza del bene che non umilia ma fa vivere.