Soltanto il Signore poteva esprimere una tale fantasia: attingere, cioè, al quotidiano della vita per narrare ciò che era rimasto nascosto fin dalla fondazione del mondo. Penso così al mio, al nostro quotidiano, quello che più riteniamo irrilevante e insignificante: esso racchiude messaggi nascosti eppure bisognosi di esser decifrati. Non è che la vita non parli o non abbia senso: piuttosto, per mancanza di attenzione e di ascolto, essa è costretta a un mutismo le cui conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Quando al piccolo non è conferito il diritto di parola si finisce per eliminarlo. Non accade forse così?
Se è vero che il Signore non parlava alle folle se non attraverso le parabole, forse è ciò che egli continua a fare ancora. Dio non ha cambiato stile: le nostre oscurità sono abitate da un lievito capace di far fermentare tutta la pasta. C’è una grandezza che risiede nelle cose più feriali di cui siamo invitati a cogliere ciò che è nascosto ma non per questo irreale. Talvolta, presi come siamo dal bisogno di vedere la pasta fermentata e un albero capace di accogliere tra i suoi rami gli uccelli del cielo e fare ombra ai passanti, non accogliamo la sfida del disperdersi del lievito nella pasta e del marcire del seme nella terra. Presi dall’obiettivo da raggiungere, è come se dimenticassimo che la parte più importante del processo sta proprio nel gesto della semina del seme nella terra e in quello dell’immistione del lievito nella farina. Dio continua a impastare la mia esistenza e a deporre il seme della mia vita perché tanti possano goderne il frutto. E se i momenti di oscurità e di fatica fossero in realtà la prima fase di quel processo che porterà a vedere un frutto insperato?
Il vangelo manifesta una predilezione evidente per tutto ciò che è piccolo. Come ignorare l’amore di Gesù per le creature fragili, per gli inizi incerti eppure tenaci, per il segreto di vita e di futuro che le piccole cose custodiscono? Il bambino, il povero, il piccolo seme, il granello di senapa sono sempre sotto uno sguardo di benedizione che riesce ad intravvedere, proprio dietro un’apparente insignificanza, delle virtualità segrete e promettenti.
Il vangelo non restituisce mai un tratto di vergogna per la misura della piccolezza quando questa si manifesta o sul piano della quantità o sul piano dell’efficienza.
Le nostre proiezioni ci hanno sempre spinto a pensare Dio come al di là della misura più grande. E invece Dio si mostra da sempre “convertito” al fascino della piccolezza.

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Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 13,31-35

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta:
«Aprirò la mia bocca con parabole,
proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».

Un pensiero su “I paradossi di Dio – Lunedì XVII del T.O.

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