Non aveva potuto nulla l’annuncio di Maria di Magdala contro la delusione di tutti. Lo stesso si dica della fede del discepolo amato che aveva visto e creduto: i suoi compagni non avevano trovato di meglio che barricarsi per paura di fare la stessa fine del Maestro. Sarà il Signore e il suo non gettare …
Non aveva potuto nulla l’annuncio di Maria di Magdala contro la delusione di tutti. Lo stesso si dica della fede del discepolo amato che aveva visto e creduto: i suoi compagni non avevano trovato di meglio che barricarsi per paura di fare la stessa fine del Maestro. Sarà il Signore e il suo non gettare la spugna a vincere la resistenza di chi, nascondendosi dietro le proprie ragioni, aveva finito per dare ascolto solo a se stesso. Per quanto Giovanni e Maria di Magdala abbiamo potuto convincerli del contrario, nessuno poteva compiere per loro il cammino della trasformazione del cuore.
Ci sono dei passaggi che non si superano se non attraversandoli personalmente con tutta l’amarezza del cuore: l’incontro con il Signore non è mai di seconda mano, è sempre un’esperienza personale che ha bisogno di un suo momento e di un suo percorso. Si può condividere ciò che si è vissuto ma non si possono impiantare le ragioni che animano la nostra speranza nel cuore di un altro. Possiamo condividere l’idealità che anima le nostre giornate ma non possiamo mai pretendere di imporla anche a coloro che ci stanno accanto.
Gesù si renderà presente a porte chiuse ma non potrà mai violare la chiusura del cuore. Talvolta, come Maria di Magdala e il discepolo amato, è necessario farsi da parte perché il bene non può mai essere imposto ma solo testimoniato. Dio ha i suoi tempi e ciascuno necessita della sua occasione.
Quando il Signore si manifesta trova una comunità che ha paura del mondo esterno ed è disgregata nel suo interno. Si condivide il luogo fisico ma non si sperimenta più la reciproca appartenenza. Egli si rende presente in mezzo ai suoi e mediante il dono della pace permette la difficile operazione di trasformare l’accettazione rassegnata degli eventi in accoglienza fiduciosa. Questo è ciò che manca agli apostoli: credere che quel momento di crisi, come ogni nostra crisi, custodisce una sua fecondità a patto che vi si lasci entrare il Signore e il suo amore. Il rischio, infatti, è di fermarsi all’accettazione rassegnata.
Proprio quell’entrare di Gesù ci consegna il modo nuovo di riparare ciò che ha conosciuto la rottura: le situazioni non si affrontano sbattendo la porta ma attraverso un diverso modo di stare senza pretendere che a cambiare siano gli altri. La vita nuova ha inizio attraverso un di più di amore, attraverso la misericordia, appunto, che è l’amore che va oltre la giustizia.
Per fare Pasqua ognuno ha bisogno dei suoi tempi, Tommaso ha bisogno di otto giorni. Gesù ha tempo e attenzione per le capacità di ognuno.
Per Tommaso era stato uno scandalo la morte del suo Signore e Maestro. Quando gli altri gli annunciano euforici di averlo visto, egli ha una sola pretesa: verificare che quello che gli attestano vivo sia lo stesso che era stato crocifisso. Per questo chiede di vedere il permanere delle ferite, per riconoscere che quella morte non era incompatibile con il manifestarsi stesso di Dio. È il permanere delle ferite il segno che egli è davvero risorto, non già soltanto il vederlo ancora vivo. Quelle ferite, infatti, attestano che non c’è amore senza trafittura e non c’è mitezza senza offesa. La risurrezione della carne vilipesa che conserva ancora i segni della passione attesta che tutto ciò che è stato realizzato per amore, è destinato a rimanere per sempre. Noi sogneremmo volentieri uno stile di rivincita e di rivalsa che ci risparmi il momento della prova ma questo stile ha i giorni contati. Resta, invece, per sempre solo ciò che accetta di passare attraverso il crogiuolo di una passione che prima di essere un incidente che non dovrebbe accadere, è manifestazione di un amore che non recede di un millimetro.
A questo crede Tommaso, a un amore più grande della morte perché solo l’amore è degno di fede.







