Ieri mattina, nel giorno della festa della Madre di Dio, quando iniziavamo i primi passi nel nuovo anno, Salvatore (Toruccio) entrava per sempre nella vita stessa di Dio.

Liturgia di commiato quella che stiamo celebrando e perciò liturgia nella quale dare ascolto alla tristezza e al dolore per la scomparsa di Salvatore.

Personalmente, custodisco vivo il ricordo di quando ogni domenica, fin quando la salute glielo ha permesso, partecipava alla Messa domenicale e, al momento della comunione che faceva sempre per ultimo, come per una tacita intesa tra noi, prima di ricevere il Signore si appoggiava sempre al mio braccio, mi guardava, mi dava una stretta di saluto sull’avambraccio e poi si comunicava. E così, come sostenuto dal mio braccio, poteva girare su se stesso e tornare al posto.

Il suo rapporto con il Signore non è mai venuto meno neppure nel tempo in cui non poteva più uscire di casa. Quotidianamente assisteva alla Messa che andava in onda su Tv2000 senza mai perdere l’appuntamento fino alla fine inginocchiandosi davanti al Signore.

Quella che stiamo celebrando è anche liturgia di gratitudine per quello spiraglio di luce che attraverso Salvatore ha fatto capolino nella vostra vita. Ha coltivato il valore della famiglia e del lavoro. Chiunque interagisse con lui non poteva non restarne segnato. E questo tanto nel tempo dell’operosità quanto nel periodo in cui si è fatto da parte: il trasmettere ciò che aveva vissuto era diventato il suo nuovo impegno perché la tradizione vera non andasse perduta.

Liturgia di amicizia: in questo momento ci stringiamo attorno a tutti voi familiari, chiamati a leggere in questo distacco non l’ultima parola su Salvatore ma la fecondità del seme che muore per portare molto più frutto.

Questa, poi, è anche una liturgia di consegne: non solo la nostra consegna al Signore delle misericordie dell’esistenza di questa nostra sorella ma anche liturgia delle consegne da parte di Salvatore a quanti siamo qui.

Ha amministrato la vita servendola proprio con i tratti della fedeltà e della serietà nell’impegno. È stato al pezzo, diremmo noi, proprio come una persona consapevole che questo era ciò che la vita gli aveva chiesto e lui si onorava di adempierlo, restituendo sapore di vangelo, non quello declamato ma quello fatto di cose gratuite, sempre pronto a dare senza attendersi il contraccambio

Ha narrato con il suo quotidiano di un Dio che sta nella cura dei legami. Ecco la normalità della fede che di nuovo dobbiamo tornare a imparare. Uno che ha una storia reale con Dio – di quella normale, appunto – si vede dalla naturalezza con cui sta nella vita. Dice tutto anche col suo solo esserci.

1935-2023. La vita di ognuno di noi potrebbe essere accostata secondo la categoria del “frattempo”: quel trattino che c’è tra la nascita e la morte narra di una fiducia a noi accordata dal Signore stesso mentre veniamo alla luce e c’è un incontro che ognuno di noi vivrà con lui, faccia a faccia, alla fine dell’esistenza. A ognuno di noi è dato un frammento di tempo in cui mettere a frutto la fiducia degli inizi e preparare così l’incontro ultimo. Come stare in questo “frattempo”?

Imparando a prendersi cura di ciò e di chi ci è stato affidato, consapevoli delle proprie possibilità e delle proprie responsabilità. Imparare a metterci il cuore, non accontentandosi dell’atteggiamento di chi né guadagna né perde ma conserva soltanto. Imparare a stare nella vita ma non da imboscati.

Probabilmente Salvatore, come tanti di noi, non aveva di sé questa consapevolezza, ma ora che la sua giornata terrena si è conclusa, la sua intraprendenza è la parola da ascoltare e da accogliere.

A noi sono affidati dei talenti, ossia un patrimonio per poter far fronte al proprio “frattempo”.

Il rischio, tutt’altro che remoto, è quello di amministrare una vita e una fede al riparo da provocazioni, senza fare nulla perché essa diventi forza vitale e trasfigurante per tutti gli aspetti in cui ci è dato di esprimerci. L’errore consiste proprio in questo: non nel fallire qualche scelta, ma nel non fare nulla per paura di sbagliare. E allora si finisce per stare nella vita con la ripetitività di formule senz’anima.