Non era stata una passeggiata acconsentire di essere il tramite umano dell’Incarnazione del Figlio di Dio. Maria aveva conosciuto il turbamento prima di dire il suo sì al Signore e Giuseppe aveva vissuto una vera e propria lotta interiore prima di accettare di prendere con sé Maria e quello che Dio stesso aveva operato in lei. Entrambi avevano avuto bisogno di essere rassicurati dall’angelo nella comprensione di un tale mistero. Verosimilmente, però, non immaginavano che quel Bambino potesse essere visto come un antagonista da eliminare mentre era ancora in fasce. Niente di statico in quel loro aver acconsentito ad essere genitori, da subito in cammino. Quel Figlio chiede loro di incamminarsi verso una realtà ignota fidandosi soltanto della voce di Dio. Quel Figlio chiede loro di essere permanentemente generati nella loro identità e nel loro ruolo di genitori. Per quel Figlio devono abbandonare le loro sicurezze, le loro abitudini, i luoghi abituali della loro esistenza.

Maria e Giuseppe rivivono sulla loro pelle la tipica avventura della fede, la stessa conosciuta anche da Abramo il quale, forte soltanto di ciò che Dio gli aveva promesso, non aveva esitato a mettersi per via verso un paese che solo lungo la strada gli sarebbe stato indicato. Maria e Giuseppe si dicono disposti a lasciare la loro terra, a mettere in discussione il loro bagaglio di conoscenze e accogliere un futuro che immediatamente è nelle mani di Dio, ma che può compiersi solo grazie al loro assenso.

La vicenda di questa famiglia così singolare ci ricorda che lo scopo della vita non risiede nell’individuare una sorta di comfort zone in cui finalmente poter stare in pace nelle nostre abitudini ma nel lasciarsi sempre di nuovo generare fino alla fine. L’obiettivo, infatti, non è arrivare a dormire sonni tranquilli ma lasciarsi allargare il cuore e gli orizzonti, credere al Vangelo prima ancora che alle mie risorse piuttosto esigue.

Maria e Giuseppe avranno avuto certamente un loro ideale di vita senz’altro buono e conforme a ciò che Dio chiedeva. Ma la vita non è anzitutto realizzare un proprio desiderio di bene quanto, piuttosto, arrivare a fare propria la volontà di Dio sulla nostra vita.

Prendere il bambino e sua madre…

In questo ordine dell’angelo risiede il senso dell’esistenza di Giuseppe come il senso di quella di ogni uomo. Crediamo spesso che la propria salvezza, ossia il compimento della propria esistenza, risieda nell’autopreservarsi, nell’autogarantirsi. Giuseppe avrebbe potuto tirarsi fuori da quella vicenda senza doversi sentire in colpa: in fondo, Maria aveva aderito all’annuncio dell’angelo senza chiedergli il permesso e, per giunta, quel figlio non era neppure suo. Giuseppe deve superare la tentazione di tirarsi fuori da quella situazione e imparare a farsi carico di chi il Signore gli affida: la salvezza del bambino e di sua madre vale la sua stessa salvezza. La propria salvezza, infatti, non è nel mettere se stesso al riparo ma nel garantire la felicità altrui. Anzi, la mia felicità, quella che oggi va sotto il nome di realizzazione di sé, risiede nel farsi carico della felicità di qualcun altro. Il compimento di se stessi, infatti, risiede proprio nel superamento di quella logica di peccato che vorrebbe rinchiuderci solo in noi stessi e nel soddisfacimento dei nostri bisogni.

Prendere il bambino e sua madre equivale a lasciarsi allargare lo sguardo e dilatare gli spazi del cuore. La felicità non risiede nella libertà che ti incatena a te stesso ma in quella che riesce ad andare oltre l’amor proprio. Se davvero vuoi essere felice non accontentarti della mera soddisfazione di un impulso naturale ma accetta di misurarti con ciò che Dio stesso ti propone sebbene, talvolta, esso si declini secondo il tratto di una umana impossibilità.

L’Erode che minaccia la vita è proprio quello che vorrebbe farci ripiegare verso logiche solipsistiche di chi tiene a sé e soltanto a se stesso e al suo potere incontrastato. Questo Erode va rifuggito: è necessario prendere le distanze da lui anche a prezzo di vedersi mutare la propria residenza come accadrà alla famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe. Per mettere in salvo e custodire è necessario restare sempre pronti a cogliere la nuova vocazione che Dio stesso continua a rivolgere: nulla è definitivamente stabile, tutto è sempre da discernere ancora. Del Figlio di Dio, la Lettera agli ebrei ricorda che “imparò l’obbedienza dalle cose che patì”. Da dove avrà appreso quest’arte se non dai suoi? Gesù, Maria e Giuseppe dovranno individuare ciò che Dio stesso aveva preparato per loro accettando di andare oltre le proprie sicurezze e i loro progetti.

La vicenda della famiglia di Nazaret ricorda che ancor prima di darci da fare, di costruire una casa, di individuare un lavoro che ci realizzi, di metterci a servizio, è necessario prestare attenzione alla voce di Dio, “giungere a volere la volontà divina” (Cacciari).

Maria e Giuseppe ancor prima che perseguire un loro ideale di vita si donano liberamente all’ascolto, lasciano parlare ogni cosa e da tutto si lasciano mettere in discussione.

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Dal Vangelo secondo Matteo 2,13-15.19-23
 
I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo».
Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio».
Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino».
Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno».