Cosa può significare per noi accostare una personalità tanto poliedrica come quella di Bernardo di Chiaravalle? Uomo severo, di grande rigore, forte di carattere, grande riformatore che ha segnato non poco la vita della Chiesa e quella dell’Europa del suo tempo.

Ai suoi monaci chiedeva meno funzioni e letture e più lavoro. Trovo già in questo una consegna per noi: un invito all’essenziale, senza troppe ciance. La fedeltà agli impegni che la vita ci affida questo è il modo in cui ciascuno di noi rende culto a Dio ed esprime la sua fede. Là dove i suoi monaci contadini arrivano riescono a far fiorire terre incolte da tempo. La trovo un’immagine calzante per noi: uno stile di vita essenziale e sobrio può riattivare la speranza di tanti che forse non osano neppure più alzare il loro sguardo.

Figura autorevole quella di Bernardo tanto da essere chiamato a dirimere non poche questioni di carattere politico e religioso. Ma chi era davvero quest’uomo? Che cosa lo appassionava? Che cosa lo animava? La profonda esperienza dell’amore di Dio che mai si pone contro la volontà dell’uomo e la profonda conoscenza del cuore dell’uomo. Di fronte all’uomo Dio non riesce a contenersi, non si trattiene. In una delle sue opere Bernardo immagina che cosa Dio arriva a pensare quando si ritrova di fronte a quest’opera delle sue mani che è l’uomo. Dio, dice Bernardo, è abitato da un unico grande desiderio: poter riconquistare l’uomo, sì, proprio come due innamorati che hanno conosciuto l’amarezza della separazione. Stupendo, mi sembra, quando Bernardo scrive: “Dio sapeva bene che l’uomo è una creatura di carne e che non è capace se non di un amore carnale”. L’uomo vibra solo di fronte a qualcosa che parla della sua stessa carne.

“Volendo dunque riconquistare la nobile creatura dell’uomo Dio disse: Se la costringo contro la sua volontà, ne otterrò solo un asino e non un uomo. Egli non tornerà a me liberamente né spontaneamente. E io dovrei dare il mio Regno a degli asini? Che forse Dio ha cura dei buoi?”.

E allora Bernardo si immagina Dio che congettura e pensa: “cercherò di farlo ritornare a me mediante il timore”. Chissà che mediante la minaccia di castighi, tenebre, fuoco inestinguibile l’uomo non si converta al suo creatore? Ma puntuale venne la smentita: l’uomo non fece ritorno a Dio.

Bernardo prosegue mettendo sulle labbra di Dio questa constatazione: l’uomo non è soltanto un essere pauroso, ma è anche un essere avido. Gli prometterò ciò che desidera di più. Tra tutte le cose ciò che l’uomo brama poter conquistare è poter vivere. Ed ecco che Dio promette all’uomo la vita eterna, cioè la sua stessa vita. Se davvero l’uomo è così attaccato alla vita terrena, misera e faticosa, quanto più amerà la vita stessa di Dio, tranquilla, beata? Ma puntuale venne la smentita: l’uomo non fece ritorno a Dio.

Non c’è che una via, pensò Dio: l’uomo non è soltanto un essere impastato di paura e desiderio, ma anche di amore. Non c’è altra cosa che possa attirarlo se non l’amore. E poiché è dell’amore assumere la condizione dell’amato, Dio si ritrova coinvolto in quella avventura senza ritorno che è la stessa incarnazione del Figlio suo.

Dio avrebbe potuto imporsi all’uomo per altre vie ma ha scelto di non percorrerle. Per questo si ritrova incamminato su una strada che è quella della consegna stessa di sé. Solo questo può aprire l’uomo ad accogliere ciò che Dio gli propone. E qual è la misura dell’accoglienza dell’amore di Dio, si chiede Bernardo? Amarlo senza misura: la misura dell’amore è amare senza misura.

La strada dell’amore – continua Bernardo – si imbocca solo “attraverso l’umiltà”. Bernardo lo scopre leggendo il Vangelo, là dove Gesù raccomanda ai discepoli: “In verità vi dico: Se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel Regno dei Cieli (Mt 18,3). E che altro significa divenire bambini – si domanda Bernardo – se non “divenire umili”?”. Convertirsi si riduce, quindi, ad apprendere la difficile arte dell’umiltà! E l’umiltà consiste semplicemente nel formarsi una valutazione esatta di se stessi.

Conversione, perciò, significa riprendere, riconquistare faticosamente ciò che è nativo nella natura umana, cioè l’umiltà. L’uomo è per natura umile! Più si ignora se stessi e più si corre il pericolo di cadere nella superbia.

Dall’umiltà nasce la carità verso gli altri. La nostra miseria davanti a Dio ci fa prendere il nostro giusto posto anche davanti agli altri. Proprio attraverso l’esatta conoscenza di noi stessi arriviamo alla conoscenza della debolezza altrui. Noi, dice Bernardo, attraverso la nostra personale debolezza e fragilità, riflettiamo quasi in uno specchio, quella del prossimo. Il cristiano, “partendo dalla propria miseria mediterà su quella di tutti gli altri”. Dio ci lascia nei nostri difetti, perché comprendiamo quelli degli altri. Infatti noi e gli altri siamo fatti della stessa pasta. Di qui una unica conclusione appare possibile: come io ho compassione delle mie miserie personali e non mi condanno, così non potrò mai assumere atteggiamenti severi nei confronti del fratello che pecca, dovrò essere aperto ad un indefinito perdono. Tu sei un malato grave – ricorda Bernardo – e non potrai non aver compassione del fratello che è malato come te. Infatti “solo un malato può comprendere e aver compassione di un altro”. I cristiani “partendo dalle proprie sofferenze imparano a compatire quelle degli altri”.