La radice e la possibilità della preghiera e della fede è ciò che Dio ha fatto per me, non ciò che io faccio per Dio. Aiutati da un brano assai noto, quello della Samaritana, vogliamo accogliere come Dio si è manifestato in Cristo.

Inizierei evidenziando, anzitutto la geografia di Dio! La geografia dei luoghi nei quali egli si rivela ha una stretta parentela con le mappe che gli uomini intrecciano lungo il loro cammino. Per la Samaritana il pozzo, per Levi il banco delle imposte, per Zaccheo il sicomoro, per Pietro e gli altri il lago. Per me?

Una delle pagine, quella della Samaritana, tra le più intense, da brivido, freschissima, attraversata com’è da un’aria leggera.

Pagina di relazioni che poco alla volta si sciolgono per aprirsi a una novità insperata e, forse, inattesa.

Pagina di simpatia, di rispetto, di ascolto dell’altro.

Pagina di confini continuamente attraversati anche se mai violati o forzati.

Pagina di sogni, di visioni, addirittura: mancano ancora quattro mesi alla mietitura e Gesù già vede le messi biondeggiare.

Storia di confini varcati

Veniva da un’aria asfittica Gesù, quella delle tipiche beghe clericali. Ha appena lasciato la Giudea dove tema dell’ultimo pettegolezzo curiale era il fatto che lui battezzava più di Giovanni. Puoi capire! Peraltro non era neppure lui ma i suoi discepoli. Visioni anguste, problemi di sondaggi, classifica delle quotazioni. Irrespirabile quell’aria, più o meno come quella di tante nostre giornate. Potremmo dire che anche Gesù era abitato dal bisogno di cambiare aria.

  • E, allora, eccolo lì a varcare un primo confine: il confine della meschinità, delle beghe. Per farlo è necessario operare una deviazione: Gesù, deviante per antonomasia. Non era infatti quella la strada più ovvia per raggiungere la Galilea: normalmente, infatti, bisognava passare lungo le sponde del Giordano. E Gesù, invece, decide di passare per la Samaria: doveva perciò attraversare la Samaria. E così, mentre alcuni sono bloccati sui sondaggi e sulle classifiche, ecco la bellezza di un incontro. Come senz’altro ne accadono ancora accanto ai tanti pozzi di cui è disseminata la vita dell’uomo. C’è sempre un pozzo e c’è sempre un’ora, anche se diversi per ciascuno di noi. È vangelo questo, cioè lieta notizia che lascia sperare contro ogni speranza, come se vedessimo l’invisibile, proprio come Mosè.
  • Dopo aver varcato il confine della meschinità varca pure il confine tra puri e impuri. Mette i piedi in una terra di eretici (riconoscevano solo il Pentateuco) e scismatici (si erano costruiti un proprio luogo sacro sul monte Garizim) che erano addirittura nemici. Un popolo, quello samaritano, con cui verrà addirittura identificato. Quando vorranno accusarlo, infatti, non troveranno di meglio che attribuirgli: tu sei un indemoniato, tu sei un samaritano.
  • Poi attraversa ancora un confine, quello tra uomo e donna. Le chiede da bere. Entrambi si ritrovano allo stesso pozzo accomunati dalla sete. È lui a chiedere ospitalità, lui giudeo, nemico, uomo di fronte a una donna. Un uomo si fa mendicante nei confronti di una donna. Da non sottovalutare che in questo incontro Gesù non riveste anzitutto i panni di uno che dà, uno che porta, uno che aiuta, come accade a chi ha la consapevolezza di esercitare un potere su qualcuno. È dal profondo della sua sete che Gesù osa fare una richiesta. Mai dall’alto l’autorità ma dal basso, per permettere che l’altro fiorisca, cresca, si manifesti (auctoritas da augere, far crescere): ai piedi della crescita dell’altro.

L’incontro inizia nel segno della gradualità. Tutto comincia parlando di acqua, da lontano, senza alcuna fretta e senza smania di indottrinamento. Gesù non è un militante della fede ma un mendicante. E si svela con una domanda: dammi da bere e con una promessa: se tu conoscessi il dono di Dio… A mano a mano affiora un’altra sete.

La storia della storia: esperienza dell’arsura

Quella che Gv racconta è la storia della storia. La storia di ciascuno di noi, nessuno escluso. È la storia di Donna-Umanità. La nostra potrebbe essere letta come la storia del fuori-stagione.

Quante volte abbiamo elemosinato uno sguardo, un’attenzione, un momento in cui essere riconosciuti fra gli altri, essere in cima alla lista di qualcuno e non un ripiego, essere la scelta e non l’alternativa. I passaggi della nostra vita non sono forse nel segno di alleanze affettive, di giuramenti passionali, di desideri di relazioni totalizzanti, di qualcosa che sia lì a dire che contiamo agli occhi di qualcuno? Eppure, con una ripetitività a tratti maniacale, eccoci spesso a fare la collezione di una sensazione di vuoto, quasi di fastidio verso noi stessi e verso gli altri salvo poi ritrovarci a elemosinare, magari con rabbia, forse anche con violenza, comunque con un cuore deluso e amareggiato.

Chiesi una volta ad un amico: “Ma tu che cosa cerchi?”. Mi rispose: “Diciamo che cerco qualcuno con cui fare un pezzetto di strada assieme e nel frattempo faccio l’autostop”. Bella immagine quella di una vita trascorsa facendo autostop.

Il nostro “andare e venire dal pozzo” esprime un vivere “ripetitivo e rassegnato”. Benedetto XVI aveva parlato della donna in questione come della pendolare di Samaria. Mai parole tanto azzeccate anche per noi.

È come se il moto­re della nostra storia facesse tanto rumore mentre, in realtà, il cambio è in folle. Ci giriamo intorno, rimescoliamo le carte, speriamo convintamente in una prossima mano ma, tant’è, la marcia non ingrana. Pensiamo a questo frangente storico in cui tutto dovrebbe ripartire, dall’economia alla politica, alla ricerca, alla vita ecclesiale. Il problema, però, è che siamo bloccati dentro e quasi nessuno se ne cura. E così facciamo i pendolari, avanti e indietro dal pozzo, anche noi, come la Samari­tana. Sarà pure capitato di cambiare strada per arrivare al pozzo, così, per il gusto di cambiare, per vedere se suc­cedeva qualcosa. Talvolta, abbiamo cambiato pure compagnia, magari era quella che non funzionava. Macché.

Come buoni pendolari facciamo la spola tra ottimizzazione del bisogno e saturazione del desiderio.

Elemosinare: sembra essere il mestiere più praticato. Elemosinare acqua d’amore, quella in grado di soddisfare la sete profonda di cui ci scopriamo – ogni volta di più – tessuti e impregnati. Donna-Umanità aveva cercato anche in modo sbagliato. Ma aveva cercato. Meglio, secondo Gesù, di chi non ha marito ma non cerca nulla. Quella sete e quel cercare di soddisfarla vengono riscattati da Gesù, come un giorno riscatterà la peccatrice che lo aveva unto, dicendo: Molto le è perdonato perché molto ha amato. Noi obietteremmo che ha amato in modo sbagliato. Non così per Gesù: ha amato. E la sete è riscattata.

L’inedito di Dio: era Dio e chiedeva da bere

Per Gesù c’è un linguaggio universale che può condurre a Dio: non giudicare ma comprendere, accostarsi alla ricerca umana come compagni di cammino, leggere nei bisogni di sopravvivenza fisica i simboli di una vita altra. C’è qualcosa in Donna-Umanità pure delusa e rassegnata che può dischiudere una diversa intimità con Dio, che va oltre un tempio di pietra o una montagna più o meno santa.

Questa è la storia che Gesù ha scelto di fare sua tanto da provare stanchezza. Sfinito nel suo inseguirci. Inseguimento d’amore il suo, non certo per braccarci, come del resto testimonierà il seguito del brano. Stanco per noi, ma mai stanco di noi. Quaerens me sedisti lassus, canta il Dies irae.

Una storia nella quale Gesù entra con la tenerezza di un amore più forte di ogni pregiudizio. E Donna-Umanità di pregiudizi se ne intendeva!

  • Anzitutto i pregiudizi sul suo popolo che era ritenuto spurio.
  • Poi i pregiudizi sul suo essere donna: come se non ne avesse portati abbastanza, anche durante l’incontro con Gesù, li avverte dallo sguardo indagatore dei discepoli stupiti perché il loro maestro conversava con una donna.
  • Inoltre, i pregiudizi sulla sua femminilità guardata con sospetto: come poteva essere diverso dal momento che aveva una buona collezione di uomini (cinque più uno)?

Se Gesù avesse ascoltato il sentito dire, il buon senso avrebbe dovuto fermarsi molto prima di arrivare a quel pozzo e di osare un dialogo con Donna-Umanità.

Ecco quello che chiamiamo inedito evangelico, qualcosa che non si era sentito prima.

Þ Dio si fa incontro a noi chie­dendo per la sua sete, non afferrandoci alla gola per la nostra. Mai visto prima.

Un unico Dio per tutti gli esseri umani, adorabile per chiunque, in spirito e verità.

Un Dio che vuol essere amato, non subìto.

Un Dio che non compra e non vende, fi­nalmente.

Un Dio che non si compra e non si vende.

Un Dio che anche una come la Samaritana può affrontare con le sue domande, senza essere svergognata per le sue debolezze o essere rinviata alla sua distanza morale e religiosa.

Un Dio del quale anche una donna come lei può rice­vere la confidenza, scoprendo, con non poco stupore che le ha cambiato la vita e che, inoltre, non era per niente “il Dio di quegli altri”. Era il Messia di Dio e lo capivi dal fat­to che, pur sapendo tutto di te, non ne avrebbe mai approfittato. Era Dio, eppure chiedeva da bere, proprio a te.

In questo clima cultural/ecclesiale in cui imperversano deliri di identità esclusiva capaci di dare fiato al nascente razzismo cristiano, in questo clima in cui con caparbia minuziosità si tenta di ridefinire i confini della Verità consegnataci da Gesù, cosa viene a dire questa sortita del Figlio di Dio in terra eretica? Dovrebbe perlomeno spiazzarci e spingere la Chiesa a uscire dalla sua terra, a liberarsi da antiche scorie, da paure inveterate e primogeniture indebite, per compiere l’unica cosa che sta a cuore al suo Signore: che l’uomo abbia vita e l’abbia in abbondanza.

Credo ben a ragione qualcuno proponeva che l’unico ufficio di curia che ogni Chiesa dovrebbe avere è quello che ha come scopo la riscoperta del Vangelo perduto, il riscatto di un Cristo troppo spesso venduto alla nostra supponenza. Non sarebbe accaduto nulla di vitale al pozzo di Giacobbe se il maestro Gesù non fosse stato così trasgressivo da far prevalere quel volto di donna umiliata sui divieti della religione e del buon senso.

Le sorprese di Dio. Ancora una volta lo Spirito di Dio agisce al di là delle nostre aspettative e delle nostre divisioni. Paradossalmente, al di là delle stesse istituzioni con le quali tentiamo di accaparrarci il mistero per garantirci l’esclusiva. Lo Spirito di Dio – Gesù lo aveva appena ribadito al teologo Nicodemo – soffia dove vuole. È libero, si manifesta dove, come e quando vuole. A noi il compito di riconoscerlo uscendo dai nostri schemi e lasciandoci interpellare da una storia che continua a parlarci.

Donna-Umanità si lascia importunare – letteralmente – da una domanda insolita – dammi da bere – e il coraggio e l’intraprendenza nel continuare un dialogo che poteva diventare scomodo le dischiudono orizzonti insperati.

La vita… una questione di sguardi

Per la prima volta, Donna-Umanità sente su di sé uno sguardo differente. E di sguardi ne aveva sentiti eccome! In genere spudorati e spietati. Non così lo sguardo di quell’uomo, dolce, non invadente. Uno sguardo che avrà la capacità di far fiorire proprio lei da tutti ritenuta ramo secco, senz’altro da recidere. E lei, invece, germogliava al calore di quello sguardo proprio come i rami al tepore della primavera incipiente.

Cos’è che fa fiorire la storia di una persona? Forse il nostro gelo, i nostri occhi spietati, l’accecamento dei nostri pregiudizi o l’inverno delle nostre separatezze, che oggi invochiamo di nuovo anche come Chiesa?

Ecco perché è necessario tenere lo sguardo fisso su Gesù. Quale Gesù? Il Gesù che passa i confini tra ortodossi e non ortodossi, tra puro e impuro, tra un monte dell’adorazione e un altro monte antagonista. Cosa abbiamo appreso del vangelo? Non è che, invece, siamo ancora a meravigliarci, come i discepoli, che Gesù stia a parlare con una donna? Per giunta con quella donna!

Quale Chiesa può far spuntare germogli di vita nelle vene di Donna-Umanità, la nostra Donna-Umanità?

Al pozzo di Giacobbe, in quel colloquio a cielo aperto a mezzogiorno, non un’ombra di durezza, di condanna, di rivendicazione di ruoli, di spazi. A far pulsare germogli di vita nelle vene di questa nostra Donna-Umanità non può che essere, di nuovo, una Chiesa che come il suo Signore accetta di sedere al pozzo della vita delle persone, una Chiesa mai stanca dell’umanità, una Chiesa che accetta di parlare sottovoce proprio come il suo Maestro con la donna di Samaria, una Chiesa capace anche lei di mendicare acqua confessando il suo bisogno, una Chiesa che parla delle cose della vita, senza invadere le coscienze ma facendo emergere pazientemente attese e speranze del cuore, una Chiesa capace di riconoscere nelle ferite di Donna-Umanità l’anelito a far sì che proprio esse divengano feritoie, una Chiesa che ha come suo stile quello di non far sentire nessuno come un verme ma di portare alla luce proprio il desiderio più profondo che è nascosto nel cuore di Donna-Umanità.

Con che volto accosto l’altro? Con che occhi lo guardo? Ci appartiene lo sguardo di Gesù per la donna di Samaria? Riconosciamo ancora in noi la capacità di sognare a partire dai piccoli germogli? O siamo preoccupati solo del cibo, simbolo di tante dimensioni dell’esistenza?

Maestro mangia: ecco l’unica cosa che i discepoli sanno fare oltre a covare pregiudizi. Anch’essi incapaci di riconoscere il reale bisogno del loro Rabbi: aveva sete, non fame.

Un uomo… oltre

Donna-Umanità, attraverso l’itinerario che Gesù le fa compiere potenziando proprio ciò che lei ha di bello nel suo cuore – la sua sete – scopre che il pozzo a cui bisogna attingere è lui: Sono io che ti parlo. Ecco dove nasce la fede e come nasce la fede. E quella dinamica graduale che l’aveva condotta fino a questa rivelazione deve averla talmente impressionata che anche lei va a dirlo in modo rispettoso, con un punto di domanda: che sia forse il Messia? Aveva trovato uno che conoscendo ciò che vibra nel cuore di Donna-Umanità non ne prova ribrezzo, anzi… I gesti e le parole di Gesù profumavano di libertà. Mentre le parlava ella percepiva che quell’uomo era oltre:

  • oltre la tradizione che proibisce ad un rabbi di spiegare la Scrittura ad una donna;
  • oltre la proibizione per un giudeo di avere a che fare con un samaritano;
  • oltre il pregiudizio su una donna pluridivorziata;
  • oltre persino la meraviglia dei suoi discepoli;
  • oltre la fame di cibo;
  • oltre i luoghi deputati per il culto;
  • e, come se non bastasse, addirittura oltre le stagioni: quattro mesi prima vedeva già le messi biondeggiare.

Quanto vorrei che avvertissimo un po’ dell’aria che Donna-Umanità deve aver respirato in un clima in cui tradizioni ataviche dividevano gli uomini dalle donne, opponevano una cultura all’altra, luoghi di culto ad altri. Chissà che esperienza di leggerezza deve aver fatto in un ambiente in cui è forte l’abitudine a giudicarti per il tuo passato, un ambiente in cui è cassata a priori l’attitudine al sogno, dove il mestiere più praticato non è certo quello di guardare avanti ma indietro.

A mo’ di conclusione

Papa Francesco parla di un “cuore, aperto alla grandezza di Dio che ci ama prima che noi stessi ne prendiamo coscienza”.

Nessuna verità salva ipso facto, neanche quella cristiana, se non è veicolata da quell’amore in cui essa consiste nella sua radice più profonda (cfr. l’esperienza del Signore Crocifisso). Nessuna verità può essere compresa nella sua luce profonda se non si parte come Gesù dal pozzo di Giacobbe, dalla ricerca del volto umano cui restituire dignità e bellezza.