Tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze.
Ecco il sogno e il desiderio di Dio: invitare ogni uomo ad una esperienza di comunione di cui le nozze sono simbolo e profezia. Che cos’altro è la vita se non il banchetto che Dio imbandisce per l’umanità?
Il banchetto è pronto… La vita è pronta per essere vissuta. Ogni uomo cercato e atteso a quella festa. Da Dio stesso. L’invito alla festa è ciò che rivela l’animo di Dio.
Un messaggio di speranza e di fiducia attraversa, dunque, la liturgia. Noi chiamati al banchetto del regno, a partecipare, cioè, alla stessa passione di Dio.
E per dire di sé Dio usa il linguaggio più tipicamente umano: il banchetto e le nozze. Non casuale la scelta: per dire Dio non occorre chissà quale discorso etereo e astratto che finalmente prenda le distanze da ciò che è più tipicamente umano. Dio compie un percorso di umanizzazione perché noi potessimo comprendere che abbiamo a che fare con lui ogni volta che abbiamo a cuore quanto di più tipicamente umano ci appartiene. La vita spirituale, quindi, non coincide mai con una presa di distanza dall’umano.
L’invito alla festa, alla comunione con lui, ecco il dono di Dio. Gratuito quanto inatteso.
Lo aveva annunciato: vi sarà tolto il regno e sarà dato ad altri… L’invito inizialmente rivolto a Israele è stato declinato ma mai revocato da parte di Dio. Poi è passato alla comunità dei discepoli. A noi. A me. Come la vigna, data ad altri, ma mai divelta. Ma l’esito è stato sempre problematico: non è scontato dare spazio ad un invito. L’ostinata durezza attraversa anche il cuore di chi si ritiene familiare con il vangelo. Anzi, il problema sembra sorgere proprio quando si ha maggior dimestichezza con le “cose” di Dio.
Dietro la parabola, è da leggere la storia del rapporto tra Dio e l’umanità, quella di sempre: qualcuno preferisce il proprio angusto orizzonte – i propri affari – all’offerta partecipata da Dio. Tra gratuità e convenienza spesso ha la meglio quest’ultima.
Ma Dio non si rassegna. La storia riparte altrove e altrimenti. La delusione registrata non restringe il cuore di Dio che anzi si sente spinto a intraprendere strade nuove: segno della passione che lo abita, non irrigidito nella immobilità di una struttura.
Ancora una volta misurati con un invito che non conosce esclusioni. Le porte sono aperte a puri e a impuri, sono invitati anche coloro che di per sé non sarebbero invitati da nessuno. Un invito indiscriminato, dunque. Non ci sono condizioni previe per meritarlo: l’unico vero impedimento è il rifiuto umano.
Quello strano re dalle reazioni così viscerali è determinato a festeggiare lo stesso: la festa di nozze si farà nonostante i rifiuti e le ostilità. La cattiva volontà o l’indifferenza dell’uomo non gli impediscono di portare a compimento il suo desiderio di costituire una comunità umana in festa per le nozze.
Se gratuito è l’invito e universale, non tutti i vestiti vanno bene. La chiamata di Dio chiede consapevolezza del dono ricevuto e capacità di corrispondervi riconoscendo la propria responsabilità. La mancanza della veste è l’ignoranza della novità di vita che deriva dalla chiamata di Dio. È la non disponibilità al nuovo, al cambiamento, la non consapevolezza del dono ricevuto. È il ritenere che così come si è, vada comunque bene. Ritenersi a posto solo perché abbiamo accettato l’invito. E, invece, il non essere trovati col vestito adatto, vuol dire che nessuno può considerarsi seduto a tavola per sempre al banchetto del regno.

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Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:
«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.
Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: “Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.
Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.
Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.
Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».