Imparare a guardare le cose nella giusta luce.
Non rendersi schiavi di nulla e di nessuno.
Il nostro cuore è spesso attraversato da una profonda illusione: credere che la vita dipenda da ciò che si è riusciti a mettere da parte per se stessi. C’è una sorta di avidità insaziabile che si traduce come non sapersi accontentare di quello che si è e di quello che si ha. L’accumulo senza limiti finisce per avere conseguenze deleterie su di sé e sugli altri. Per questo il Signore Gesù ci chiede di riconoscere questo meccanismo perverso che finisce per snaturare il rapporto con le cose. Questo tipo di ricchezza – annota Gesù con sano realismo – è sempre a rischio di logoramento o di furto. C’è invece un altro tipo di ricchezza che è sempre a nostro vantaggio e la cui stabilità è eterna e ha a che fare con l’opposto di quella bramosia che è la cupidigia: è una ricchezza che si acquista condividendo e la si ottiene usando compassione e misericordia, restituendo dignità a chi è nel bisogno.
Chi arricchisce per sé dimentica che i beni sono e restano soltanto un mezzo. Se diventano un fine è come aver smarrito la meta del viaggio favorendo quell’atteggiamento che fa coincidere la tappa con la meta, ciò che passa con ciò che ha consistenza imperitura. Il “per sé” è l’atteggiamento tipico di chi vive secondo uno sguardo autoreferenziale e narcisistico che, invece di incontrare il volto dell’altro, si rispecchia soltanto nel proprio. Questa – dice Gesù – è già una vita morta prima della morte perché l’hai svuotata dall’interno del senso vero dell’esistere.
Chi arricchisce per sé vive il suo rapporto con il quotidiano non tanto come un ambito in cui realizzarsi quanto come una trappola che lo imprigiona.
Dietro la bramosia di possedere, infatti, ci sono solo le nostre paure, la paura della solitudine, anzitutto, e poi la paura della morte. È come se delegassimo a beni e cose il compito di anestetizzarci rispetto all’esperienza del limite, della fragilità. E allora che nome ha la mia paura? Quale volto assume?
I beni vanno trasformati in relazioni, in amicizie perché saranno relazioni ed amicizie a permetterti di entrare nelle dimore eterne: dalla logica del possesso a quella della gratuità.
La proposta evangelica è quella di far sì che la tua vita non riceva il suo imprinting dalle cose che hai, dai ruoli che eserciti o dalle esperienze che annoveri. È una proposta di liberazione, quella evangelica. Le cose non hanno in sé consistenze e perciò non possono offrirne. Non è in questa direzione che bisogna rivolgerci se vogliamo gustare giorni felici.
Se davvero vuoi gustare la vita prova a rassicurare l’esistenza di qualcuno attorno a te. “Dov’è il tuo tesoro lì è anche il tuo cuore”. Il vero tesoro sta in una relazione, non nelle cose. Chi ha posto il tesoro e il cuore nelle cose, non tarderà a fare la dolorosa scoperta di avere mortificato la propria vita e la vita degli altri e di avere fra le mani solo il rimpianto di una vita mortificata.
Il cuore vive se gli offriamo tesori da sperare, da cercare, da amare. La nostra vita è viva se abbiamo coltivato tesori di persone, di relazioni.