LA LAVANDA DEI PIEDI
“Sei giorni prima della Pasqua” nella casa di Betania, la casa dell’amicizia, come la chiamava Paolo VI, una donna, andando oltre ogni galateo, aveva compiuto un gesto che farà gridare allo scandalo il calcolatore Giuda. Aveva cosparso di un unguento costosissimo i piedi di Gesù e poi li aveva asciugati con i suoi capelli. Quel gesto non fu senza conseguenze. Qualche giorno dopo, infatti, proprio quel gesto ispirò quanto di più rivoluzionario potesse accadere: il Signore e il Maestro si alzò da tavola, depose le vesti, si cinse di un asciugatoio e iniziò a lavare i piedi dei Dodici.
Il gesto di Gesù non fu un gesto coreografico, esprimeva, invece, il senso di una intera esistenza. Un gesto che poteva compiere solo perché aveva accettato di spogliarsi: si alzò da tavola, depose le vesti….
Quella sera, infatti, prima di lavare i piedi agli apostoli, nel gesto di deporre le vesti, Gesù aveva deposto tutto ciò che lo collocava su un altro piano, tutto ciò che avrebbe potuto far sentire il gesto della lavanda come un atto di carità.
Quello di Gesù non fu né un gesto di umiltà né di carità: fu, invece, il gesto che dice com’è Dio, chi è Dio. Quelle vesti, infatti, le aveva già deposte un giorno lontano quando aveva accettato di entrare nella storia degli umani assumendo la condizione di servo (Fil 2,5-11). Non a caso Gv annota che Gesù compie tutto questo sapendo (per tre volte in pochi versetti evidenzia la consapevolezza di Gesù).
Il gesto del deporre le vesti esprimeva in profondità la volontà da parte di Gesù di eliminare barriere e corazze che lo avrebbero difeso dagli altri. Togliersi le vesti, denudarsi significa esporsi alla vulnerabilità. Gesù aveva potuto incontrare la nostra umanità perché aveva scelto di condividere la stessa fragilità. Non è forse vero che l’incontro più intimo tra umani avviene proprio nella condivisione di quella nudità che abitualmente proteggiamo?

LA RESISTENZA DEI DISCEPOLI
Il gesto di Gesù aveva tutto il sapore della destabilizzazione, per questo non tardarono a manifestarsi le resistenze dei discepoli. Fu Pietro a dar voce a un vero e proprio rifiuto. Pietro intuiva che Gesù, con quel gesto, rivelava un tratto inedito dell’identità Dio, un Dio depotenziato. Non c’è incontro vero, d’altronde, senza un depotenziamento delle proprie prerogative. Ci si può incontrare quando ci si presenta facendo leva sul ruolo, anzitutto?
Quella rivelazione non era senza conseguenze per la prassi dei discepoli. Pietro ha uno strano presentimento, quasi intuisce quello che Gesù dirà a commento della lavanda dei piedi: “Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi” (Gv 13,13-15).
Queste parole di Gesù hanno una sorta di concordanza con quello che gli altri evangelisti pongono sulle labbra di Gesù dopo la benedizione del pane e del vino nell’ultima cena: “Fate questo in memoria di me”.
Prendete, mangiate…  lasciatevi servire e servite…
fate tutto questo in memoria di me.

GLI UNI GLI ALTRI
Cosa vuol dire “lavarsi i piedi a vicenda”?
Noi lo abbiamo relegato a un momento nell’anno, durante la liturgia del Giovedì santo.
Nella chiesa antica, quel gesto non aveva a che fare con la liturgia. Era il criterio per fare entrare ufficialmente una vedova nell’apposito gruppo delle vedove “si sanctorum pedes lavit” (“se lava abitualmente i piedi ai fratelli”). Questa era la condizione di ammissibilità in una chiesa che Don Tonino Bello chiama “la chiesa del grembiule”: “La chiesa che cinge il grembiule con gli abiti tirati su sembra un’immagine un po’ troppo ancillare…Per l’ordinazione sacerdotale, le suore del paese o gli amici ci hanno regalato una cotta, una stola ricamata in oro…ma nessuno ci ha regalato un grembiule, un asciugatoio. Eppure questo è l’unico paramento sacerdotale ricordato nel Vangelo. Gesù si alzò e riprese le vesti, ma non depose l’asciugatoio, se lo tenne. Gesù è diacono permanente, è servo a tempo pieno: diaconi permanenti lo siamo tutti” (La Chiesa del grembiule, S. Paolo, pag. 108).
Perché quel gesto? Perché quanto celebriamo nell’eucaristia si svuota se non lo si traduce con un amore che rovescia i criteri mondani, quelli che ti fanno credere che vivere significa stare in alto, quei criteri che ti convincono che valga la pena amare solo quelli da cui hai un contraccambio. Gesù sceglie di stare in basso per lavare stanchezze, ritardi e ritrosie di ognuno.
Scriveva ancora Tonino Bello “L’Eucarestia non sopporta la sedentarietà, la siesta, l’assopimento della digestione. Ci obbliga ad abbandonare la mensa. Ci sollecita a lasciare le nostre cadenze troppo residenziali per farci investire il fuoco che abbiamo ricevuto in gestualità dinamiche e missionarie. Se non ci si alza da tavola, l’Eucarestia rimane un sacramento incompiuto” (La Chiesa del grembiule, pag. 44).
Comprendiamo così perché Gesù chieda ai Dodici: “Capite ciò che vi ho fatto?”.
Cosa avrebbero dovuto capire?
Se all’inizio del vangelo Giovanni ha mirabilmente affermato che “Il Verbo di Dio si è fatto carne”, con la lavanda dei piedi vuole farci intendere che: “L’amore si è fatto lavaggio dei piedi”.
Se è vero come è vero che Gesù è l’incarnazione di Dio, il lavarsi i piedi a vicenda è l’incarnazione dell’amore.
“Avendo amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine”, fino alla fedeltà totale, fino ad abbassare la sua divinità al basso livello dei nostri piedi puzzolenti. D’ora in poi la misura più alta della vita spirituale non sarà chissà quale presa di distanza dal reale nei suoi aspetti più contraddittori come spesso abbiamo pensato, ma l’accettare un processo di abbassamento fino al livello dei piedi sporchi dei fratelli.
Parafrasando il Padre Nostro potremmo allora pregare così:
“Lava a noi tuoi ospiti i nostri piedi, come noi li laviamo ai nostri prossimi”.
Non si tratta di piedi scelti ad hoc per l’occasione come accade nelle nostre celebrazioni. I piedi dei suoi discepoli, quelli che aveva attorno a sé, così com’erano.
Certo ci sono i piedi di Natanaele, i piedi cioè di un irreprensibile, di uno in cui non è falsità.
Ci sono senz’altro i piedi di Giovanni, di colui cioè che avrebbe preso il suo posto accanto a sua madre, piedi capaci di correre in fretta il mattino di pasqua.
Ci sono i piedi di Pietro, quei piedi che lo avrebbero portato di lì a poco lontano da lui nel rinnegamento. Piedi che lo trattengono lontano dagli eventi che riguarderanno il suo maestro.
I piedi di Giuda, piedi che di lì a poco sarebbero rimasti sospesi al vento.
E poi i miei piedi, quelli di ciascuno di noi, i piedi degli amici che accompagniamo.
A PARTIRE DAI PIEDI…
Ma perché proprio dai piedi? Perché tutti potessimo toccare con mano fino a che punto siamo da lui accolti: a partire da quello che siamo. Da quella sera lo stato sociale è invertito: se il Signore ha assunto il ruolo del servo, io ho ricevuto la dignità del signore.
Pietro intuiva che quel gesto significava ben altro: lasciati amare come Dio ha scelto di amarti, non già come tu avresti preferito. Lasciati amare a partire dai piedi. Ma questo sovverte tutte le leggi della vita!
L’amore inizia proprio dai piedi, da ciò che di noi è più coperto di polvere e di fango. Inizia da ciò che volentieri nasconderemmo a noi, anzitutto, perché è ciò di cui più ci vergogniamo. Difficile farsi amare a partire dai piedi. Lavare i piedi significa lavare tutti i percorsi di quei piedi. E mentre lava i piedi degli apostoli, Gesù non chiede credenziali. Non domanda: da dove vieni? Non attesta: sei degno di essere lavato perché hai percorso sentieri luminosi, strade senza deviazioni.
Penso ai piedi dei nostri amici che frequentano i nostri Centri d’ascolto o varcano le soglie delle nostre comunità.
Gesù lava quei piedi, qualsiasi siano stati i cammini compiuti fino a quel momento e pur sapendo quali vie essi imboccheranno ancora: alcuni quella della fuga, uno quella del tradimento, l’altro quella del rinnegamento. I piedi dei nostri amici non sempre sono piedi che cammineranno secondo un progetto condiviso. Perché questo è l’amore: mettersi ai piedi della crescita dell’altro.
Il Maestro non è né sorpreso né scandalizzato dalla fragilità dei suoi. È Pietro, invece, ad esserne scandalizzato. In qualche modo è come se Pietro sognasse il giorno in cui quei piedi non avrebbero conosciuto più strade di fatica, percorsi di sudore, quasi fosse possibile immaginare un non entrare a contatto con esperienze di contraddizione, quasi fosse possibile chiedere ai piedi di non contaminarsi a contatto con la strada. Forse che non sogniamo questo quando accompagniamo i nostri amici? Impossibile! Infatti, mai pensiero magico fu più illusorio! Pietro – e noi con lui – fatica a stare a contatto con se stesso, con la sua parte più fragile, quella che gli crea non poche difficoltà.
I piedi gli ricorderanno sempre che il rinnegamento o la fuga non saranno soltanto la svista di un momento e perciò una parentesi da archiviare in tutta fretta. Dipendesse da lui, Pietro rimuoverebbe volentieri la reale consistenza della sua umanità. Più volte Gesù aveva fatto capire a Pietro e agli altri che i loro piedi si sarebbero addirittura alzati contro di lui. Accade, infatti, che la vita si incarichi di metterci davanti a noi stessi, talvolta senza troppi riguardi: la vita ci butta in faccia ciò che le nostre illusioni avevano preteso di tenere a distanza o di negare.
Pietro aveva sempre sostenuto di non essere come gli altri: i suoi piedi non si sarebbero mai voltati contro il Maestro. Ma la realtà gli farà comprendere addirittura di essere peggio degli altri i quali si accontenteranno di fuggire.
A Pietro – e a noi – fa problema la nostra debolezza, ma non al Signore. Vorremmo volentieri risolverla o eliminarla: il Signore Gesù, invece, ci invita ad assumerla e a portarla. Forse che non vorremmo risolvere tante delle situazioni che accompagniamo? Eppure, talvolta, sono come Lazzaro alla porta del ricco epulone: quasi un pungolo perché impariamo a mutare sguardi, pensieri e scelte di vita.
Certo, i nostri difetti vanno colmati, le zone deboli rafforzate, ma guai a perdere la consapevolezza che lo scarto tra l’ideale professato e il reale vissuto permarrà. La nostra è sempre storia di grazia e di peccato, di aspetti meno gradevoli e di altri più armonici, di punti di forza e di punti deboli. Il riconciliarci con i nostri limiti non è una sorta di sconto a noi concesso per abbassare il prezzo del cammino dietro il Signore Gesù o il cammino verso la maturità umana. Forse che i piedi di Pietro lavati durante la cena non imboccheranno la strada della fuga? Aveva appena fatto la comunione quella sera ma questo non lo preserverà dal rinnegare. Pietro resterà quel che è, sempre bisognoso di essere avvolto dall’acqua del perdono. Ma d’ora in poi saprà che anche i passi del suo vagare sono contati, saprà che qualcuno custodisce ogni suo passo, che qualcuno è sempre pronto a lavare i suoi piedi.
È negli aspetti di noi più desolati e ombrosi che il Signore fa scorrere la sua tenerezza. Nulla di noi è indegno del suo amore. Tutto di noi è amabile dal momento che l’amore del Signore arriva fino all’estremo.
Il gesto che Gesù compie ricorda che per farsi servi è necessario uno spogliamento. L’altro lo si incontra in profondità nella misura in cui accade questo spogliamento, nella misura in cui deponiamo difese e corazze assunte a protezione.

LA VITA CRISTIANA: AVERE GLI STESSI SENTIMENTI DEL FIGLIO
Non è un culto a qualificare la nostra relazione con Dio, non è neanche lo zelo apostolico e missionario; non è neppure il rincorrere una propria perfezione personale. La Scrittura mette al centro il modello di una persona vivente, i suoi sentimenti e i suoi desideri, il suo modo di vivere e il suo coraggio di morire.
Paolo, rivolgendosi ai Filippesi, li esorta al sentire: “cercate di avere lo stesso modo di sentire… unanimi e uniti nel modo di sentire” (2,2). Non un sentire vago ma quello che è stato di Cristo Gesù (2,5).
È possibile vivere relazioni fraterne nella misura in cui si è consapevoli della propria misura, della propria debolezza, della propria fragilità. Relazioni da decentrati, disposti a sostenere l’altro.
Non è generico questo modello di vita, ma un modo particolare di seguire Gesù, il modo della kénosi. La kènosi come simbolo e come cifra interpretativa dell’esistere e del morire per amore, del non tenere gelosamente per sé nulla, neppure la relazione privilegiata e unica con il Padre, ma il pensarsi unicamente e in tutti i sensi come dono, fino a pensare la stessa morte come dono e a decidere di far dono della vita.
Così è Dio. Così è l’uomo. I sentimenti, infatti, esprimono forse la parte più umana del nostro io, dal momento che ne rivelano sogni e motivazioni, spesso sono istintivi, immediati, passeggeri, fugaci. Tuttavia, se evangelizzati possono divenire espressione di una conversione di vita. La vita da credenti non è per chi ha soppresso istinti e pulsioni ma per chi lascia che tutto ciò sia illuminato dalla luce misteriosa dello Spirito.
I sentimenti svelano il che il più delle volte non giunge al vaglio della riflessione e nondimeno sono forse l’aspetto che più esprime quello che ognuno è, quello che porta nel cuore. Se, infatti, riusciamo a controllare parole e gesti (evangelizzazione dei comportamenti) non possiamo impedirci di provare i sentimenti, i quali ci dicono se e fino a che punto ci stiamo identificando con il cuore del Signore Gesù, con la sua passione di amore, con il suo Vangelo.
Non è credente né evangelica quella vita cristiana che non arriva a toccare, trasformare ed evangelizzare non anzitutto i valori proclamati o i comportamenti visibili, ma anche sentimenti, desideri, disposizioni interiori, progetti, simpatie, gusti, attrazioni… ad immagine del Figlio che si consegna per amore.
Troppa predicazione cristiana ha posto l’accento sulla novità di gesti e di comportamenti senza dare la necessaria attenzione all’interno, al cuore, al sentire profondo, alle motivazioni del proprio agire. E alla fine ci si è ritrovati con credenti puntuali nell’eseguire gli ordini ma incapaci di passione.
La fede, nella sua dimensione più matura, è scelta di conformazione, non semplice appartenenza ideologica: diventare come il Figlio, questa è la meta di ogni vita cristiana.

LO SGUARDO DAL BASSO
“Resta un’esperienza di eccezionale valore l’aver imparato… a guardare i grandi eventi della storia… dal basso, dalla prospettiva degli esclusi…” (Bonhoeffer).
Abbiamo bisogno di apprendere dai bambini lo sguardo dal basso. Le cose ci apparirebbero secondo un’altra prospettiva. Perché lo sguardo dal basso? Perché “se non si è guardati con amore ci si limita a sopravvivere” (Ammanniti). Lo sguardo viene prima di ogni altra cosa: esso rappresenta la terapia più efficace. Chi è guardato con amore, impara a guardarsi intorno e a scoprire la realtà.
Chi è abituato allo sguardo dal basso, che è lo sguardo proprio di chi si mette ai piedi della crescita dell’altro (cfr. M. Luzi), riesce a “vedere” l’altro nella verità della sua condizione umana, al di là di meriti o titoli. Senza questo sguardo si corre il rischio di “avere occhi e non vedere”, come gli idoli di cui parla la Scrittura.
Pier Paolo Pasolini così ripeteva di Madre Teresa: “Suor Teresa è una donna dall’occhio dolce che, dove guarda, ‘vede’”. Quanta nostra beneficenza si traduce in un dare qualcosa senza “vedere” e, perciò, senza mai incontrare l’altro! Beneficenza, appunto, ma non condivisione. È un dare che produce la cosmesi ma non la bellezza, è un inventario di opere lodevoli ma non crescita in umanità, è copertura di non pochi egoismi e non scoperta di ciò che li crea. E, forse, senza neppure saperlo, si finisce per diventare complici di non poche ingiustizie.
Lo sguardo dal basso accade quando almeno una volta nella tua vita hai fatto l’esperienza di qualcuno che ti abbia guardato così. Lo sguardo dal basso va cercato, coltivato, favorito attraverso il continuo rivisitare il nostro rapporto con la realtà, attraverso un continuo esercizio del pensiero.

SERVIRE, DARE PAROLA AL DOLORE DEGLI ESCLUSI
Nel suo cammino verso Gerusalemme, Gesù dovrà attraversare Gerico. Un cieco che aveva sentito parlare di lui e del suo passaggio, inizia a gridare: “Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me”. La folla che accompagnava Gesù non trovò di meglio che sgridarlo per metterlo a tacere. Il cieco, però, per farsi sentire gridava più forte tanto da attirare l’attenzione di Gesù il quale, si ferma per dar voce al grido di dolore di quell’uomo. Che cos’è il gesto di fermarsi da parte di Gesù? Così facendo, Gesù rivela che la salvezza non sta nell’alzare la voce della folla ma nell’incontro personale, nel guardare negli occhi il dolore di quell’uomo.
Qualcosa inizia a cambiare proprio grazie all’incontro personale, al dare parola al dolore degli esclusi. In Lc 18,35-43 è scritto che “tutto il popolo, vedendo questo, diede lode al Signore”. La guarigione di quell’uomo è la condizione della guarigione di molti altri. La folla non era consapevole della propria cecità e, tuttavia, ne è guarita proprio grazie a chi avrebbe voluto mettere a tacere. Ciò che più vorremmo mettere a tacere è ciò di cui abbiamo bisogno per guarire.
Da non dimenticare, però, che solitamente i più ultimi tra gli ultimi non parlano, non hanno neppure la forza di gridare. Per questo è necessario “approssimarsi”, farsi prossimo. Non a caso, nella parabola del buon samaritano, Gesù rovescia la domanda mal posta dal suo interlocutore: “Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?” (Lc 10,36).

LO TSI-TSUM NECESSARIO
Tsi-tsum è un concetto della mistica ebraica che esprime il contrarsi di Dio per farsi accogliere dall’uomo. Gesù di Nazareth è lo tsi-tsum di Dio. Si tratta di mettere da parte ogni pretesa di “superiorità” e assumere, invece, una logica di parità nella diversità. Non c’è crescita, non c’è prassi educativa senza il ritrarsi. Perché l’uomo cresca Dio sceglie di porsi un passo indietro. Solo se mi ritraggo e, perciò, non invado occupando, riesco a riconoscere la grandezza dell’altro. Quando Dio si rivela sceglie di non travolgerci con la sua grandezza ma decide di farsi piccolo perché noi possiamo riconoscerlo e accoglierlo.
È lo tsi-tsum a far maturare la disponibilità all’ascolto di ciascuno andando persino oltre la paura che l’altro possa contraddirmi. È lo tsi-tsum a spezzare la logica mortifera dell’autosufficienza e dell’autoreferenzialità.
Nei rapporti alla pari si cresce solo imparando a declinare umiltà e tenerezza. È la parola degli ultimi a salvare coloro che si tengono primi.

LA ROSA
Il poeta tedesco Rilke abitò per un certo periodo a Parigi. Per andare all’Università percorreva ogni giorno, in compagnia di una sua amica francese, una strada molto frequentata.
Un angolo di questa via era perennemente occupato da una mendicante che chiedeva l’elemosina ai passanti.
La donna sedeva sempre allo stesso posto, immobile come una statua, con la mano tesa e gli occhi fissi al suolo.
Rilke non le dava mai nulla, mentre la sua compagna le donava spesso qualche moneta.
Un giorno la giovane francese, meravigliata domandò al poeta:
– Ma perchè non dai mai nulla a quella poveretta? –
– Dovremmo regalare qualcosa al suo cuore, non alle sue mani – rispose il poeta.
Il giorno dopo, Rilke arrivò con una splendida rosa appena sbocciata, la depose nella mano della mendicante e fece l’atto di andarsene.
Allora accadde qualcosa d’inatteso:
la mendicante alzò gli occhi, guardò il poeta, si sollevò a stento da terra, prese la mano dell’uomo e la baciò.
Poi se ne andò stringendo la rosa al seno.
Per un’intera settimana nessuno la vide più.
Ma otto giorni dopo, la mendicante era di nuovo seduta nel solito angolo della via.
Silenziosa e immobile come sempre.
– Di che cosa avrà vissuto in tutti questi giorni in cui non ha ricevuto nulla? – chiese la giovane francese.
– Della rosa – rispose il poeta.

CONCLUSIONI
Dalle Fonti Francescane 1782
“E diceva che sarebbe buon frate minore colui che riunisse in sé la vita e le attitudini dei seguenti santi frati: la fede di Bernardo, che la ebbe perfetta insieme con l’amore della povertà; la semplicità e la purità di Leone, che rifulse veramente di santissima purità, la cortesia di Angelo, che fu il primo cavaliere entrato nell’Ordine e fu adorno di ogni gentilezza e bontà, l’aspetto attraente e il buon senso di Masseo, con il suo parlare bello e devoto; la mente elevata nella contemplazione che ebbe Egidio fino alla più alta perfezione; la virtuosa incessante orazione di Rufino, che pregava anche dormendo e in qualunque occupazione aveva incessantemente lo spirito unito al Signore; la pazienza di Ginepro, che giunse a uno stato di pazienza perfetto con la rinunzia alla propria volontà e con l’ardente desiderio d’imitare Cristo seguendo la via della croce; la robustezza fisica e spirituale di Giovanni delle Lodi, che a quel tempo sorpassò per vigoria tutti gli uomini; la carità di Ruggero, la cui vita e comportamento erano ardenti di amore, la santa inquietudine di Lucido, che, sempre all’erta, quasi non voleva dimorare in un luogo più di un mese, ma quando vi si stava affezionando, subito se ne allontanava, dicendo: Non abbiamo dimora stabile quaggiù, ma in cielo”.

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